Ancora una scusa per restare

Il respiro di ogni città ha il colore della notte, quando si ripongono nell’armadio gli abiti della quotidianità e si procede nudi per le sue vie, finalmente in grado di sentire sulla propria pelle le ferite delle molte solitudini che la popolano. Spesso invisibili. Ma non per gli occhi sensibili di Katia Colica, che della vita raccattata ai bordi delle strade di Reggio Calabria ha tratto i racconti-reportage di Ancora una scusa per restare (Città del Sole edizioni, 2012): “storie di ordinaria invisibilità in una notte metropolitana”, strappate dall’autrice alle tenebre del cuore, allo sguardo distratto di quella “maggioranza” che – con Fabrizio De André – immaginiamo alla guida della “colonna di dolore e di fumo che lascia le infinite battaglie al calar della sera”.

Nei protagonisti del libro non c’è rabbia, neanche di fronte alle ingiustizie e alle inefficienze di un sistema attento più alla propaganda di eventi inutili, che al reale miglioramento della qualità della vita della comunità. Un sistema che invece di includere, tende all’espulsione, presentandosi con la faccia matrigna della “città-prigione” che non dà al diversamente abile Lorenzo “una buona ragione per restare”. Una città in cui uno straniero può sentirsi “lontano” dagli stessi vicini di casa, perché i discorsi (e le politiche) sull’integrazione durano lo spazio del finanziamento di un progetto, ma poi – nella realtà di tutti i giorni – la società è ulcerata da persistenti sacche di diffidenza e pregiudizi. “Io non conosco nessuno in questa città”: è l’amara considerazione di Milka, ventitré anni, due figli e neanche il tempo per piangere. Un destino che accomuna la ragazza serba a Rosa, che rischia l’infarto per inerpicarsi lungo la salita del “Riuniti”, trascinando sulle spalle la sdraio per “fare la notte” al marito malato; a Livio, clochard invisibile con un solo grande desiderio: consumare un caffè dentro al bar; a Rosario, venditore di rose bangladese che attraversa la città come un fantasma; a Mariya, che preferisce ascoltare il silenzio del mare o i fischi del treno che – spera – un giorno la salverà dalla prostituzione.
Solitudine è la triste condizione di molti adolescenti, nonostante le uscite in gruppo e le serate trascorse nei locali più à la page della città. Giovani permeati dall’insana subcultura dello sballo, file di chupitos trangugiati secondo le regole del binge drinking, “l’unico oggetto di interazione tra ragazzi che non si guardano, non si parlano” e “stanno lì, ognuno col proprio cellulare a scorrere chissà cosa col dito indice sullo schermo”.

Con le sue storie pescate ai margini della società, Katia Colica tocca le corde dell’emozione, dopo avere sbattuto in faccia al lettore i dati impietosi delle statistiche ufficiali su povertà, prostituzione minorile, alcolismo, condizione dei migranti, disagio giovanile e precarietà: siamo tutti Milena, una laurea inservibile inchiodata al muro e i sogni riposti nel cassetto, fregati dalla filosofia del “meglio che niente” cui ci si piega per non ribellarsi a lavori da co.co.pro che sono puro sfruttamento.

Per non cedere alla rassegnazione, occorre cercare dentro se stessi la via del riscatto. Una redenzione che ha il volto dei ragazzi con le ramazze, impegnati a pulire gli spazi all’aperto utilizzati per ballare la break dance. Gli unici, forse, ad avere ancora la forza di “credere” nella città e che ispirano il monologo finale in cui la stessa Reggio Calabria, rivolgendosi ai suoi figli, indica nella gentilezza l’àncora alla quale aggrapparsi per non affondare e per trovare, ogni giorno, un motivo per non scappare via.

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