Per il nostro bene… comune

Di seguito il comunicato stampa del Centro Servizi per il Volontariato e del Liceo scientifico “Enrico Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte, che pubblico volentieri e con l’invito alla più ampia divulgazione.
Sabato tutti in pineta!

“Per il nostro bene… comune”

Evento di animazione e cittadinanzattiva a cura degli studenti delle quarte classi del Liceo Scientifico “Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte (RC)

È questo il titolo dell’evento che, sabato 5 aprile a partire dalle ore 10.00 presso la Pineta Comunale, vedrà gli studenti delle quarte classi del Liceo Scientifico di Sant’Eufemia d’Aspromonte mettere in gioco valori, entusiasmo, energie e talenti per animare e dare vita ad un luogo che rappresenta un bene comune per tutta la cittadinanza.

L’iniziativa vuole essere un momento di sintesi e di condivisione di una micro-azione sperimentale promossa dal Centro Servizi al Volontariato di Reggio Calabria in collaborazione con la Dirigenza e lo staff-Docenti del Liceo aspromontano nell’ambito del più ampio ed ormai consolidato progetto di promozione del volontariato giovanile denominato “Scatti di Valore”.

“Per il nostro bene… comune”, infatti, è il risultato di un percorso ideato e sviluppato dal CSV su impulso degli stessi studenti e docenti di Sant’Eufemia, nato per promuovere consapevolezza circa le potenzialità materiali ed immateriali del territorio nonché per testimoniare un modo nuovo di abitare i luoghi e di prendersene cura, contribuendo così allo sviluppo dei territori ed all’accrescimento del ben-essere delle comunità, a partire proprio dalla capacità di mobilitazione delle nuove generazioni.
L’evento, affermando valori e rafforzando legami, vuole essere anche l’occasione per incentivare processi collettivi di partecipazione, cittadinanza responsabile ed impegno civile nelle comunità di Sant’Eufemia e della vicina Sinopoli.

Dopo i saluti istituzionali, protagonisti assoluti saranno i giovani studenti: il programma prevede infatti un prologo musicale a cura della band del Liceo e, subito dopo, uno speciale “Racconto di viaggio” durante il quale i ragazzi narreranno a più voci il percorso che ha portato a questa giornata, le emozioni vissute, le scoperte fatte e le cose imparate durante il cammino, nonché gli spunti e le idee per progettare il domani.

A seguire, gli studenti daranno vita ad un reading per presentare i valori che, alla luce del percorso fatto, desiderano seminare e che si impegnano a coltivare attraverso azioni concrete, con l’aiuto delle associazioni di volontariato, delle istituzioni e di tutta la comunità.

E proprio per simboleggiare questo desiderio di impegnarsi a far fiorire l’oggi ed il domani dei luoghi in cui vivono, i ragazzi pianteranno in tutta la Pineta valori e fiori: un momento evocativo e simbolico a suggello del percorso fatto e raccontato, un momento al quale tutta la comunità è invitata a partecipare.

Condividi

Le parole che non ho detto

Avrei voluto dire che è grande quella comunità che riesce ad essere solidale e generosa, che si stringe con affetto attorno a chi ha bisogno. Esprimere profonda gratitudine agli oltre duecento partecipanti alla piccola grande iniziativa dell’Agape, la tombolata di solidarietà per raccogliere fondi da utilizzare per consentire a una famiglia di Sant’Eufemia di accompagnare periodicamente al “Gaslini” di Genova un bimbo affetto da disabilità.

Avrei voluto dire che il sogno delle associazioni di volontariato è quello di scomparire, perché ciò significherebbe che lo Stato riesce a soddisfare i bisogni di tutti. Ma purtroppo non è così: ecco perché occorre incoraggiare e sostenere chi fa volontariato. Sono povere, molto povere, quelle società che non possono contare su questo straordinario patrimonio di umanità.

Avrei voluto dire, soprattutto ai giovani, di avvicinarsi a queste realtà, perché ne trarrebbero certamente un arricchimento e la convinzione di dare un senso profondo alle proprie vite.

Avrei voluto dire che, a volerlo, il tempo per fare del bene lo si può sempre trovare. Perché nessuno ha mai preteso un impegno totalizzante, che tra l’altro contrasterebbe con le ragioni stesse del volontariato. Per restare all’Agape, è sufficiente dare un contributo anche una volta all’anno, per una qualsiasi delle iniziative che l’associazione svolge. Può sembrare poco, ma è soltanto sommando i tanti “poco” che si ottiene il “molto”.

Avrei voluto dire che sulla disabilità c’è ancora molto da lavorare e che nessuno dovrebbe tirarsi indietro. Negli ultimi anni si comincia ad avvertire un approccio diverso, in positivo. Ma non dimentico la prima volta che Peppe Napoli mi portò in una abitazione e vi trovai un ragazzo seduto su una sedia, in un angolo buio.
Avrei voluto dire che a queste famiglie bisogna stare vicino, con gesti concreti e quotidiani: si tratti di lasciare libero il parcheggio riservato ai disabili o di costruire scivoli e pedane d’ingresso ovunque, affinché nessun posto sia inaccessibile per chi si muove su di una sedia a rotelle.

Avrei voluto dire che sogno un mondo senza barriere architettoniche. Un mondo in cui tutti riescano a rivolgersi a un soggetto diversamente abile senza assumere un tono pietoso. Un mondo in cui tutti abbiano pari dignità non perché lo impone la Costituzione, ma perché così è. Un mondo in cui a tutti sia consentito di correre per realizzare le proprie aspirazioni, anche quando le gambe non vanno.
Avrei voluto dire tutto questo, ma so che un conto è scrivere, altra cosa è parlare con la tempesta dentro.
E quindi ho preferito affidarmi alle parole di Giuseppe Pontiggia, tratte dall’autobiografico Nati due volte (2000), al quale nel 2004 Gianni Amelio si ispirò per girare il commovente Le chiavi di casa:

Voi dovete vivere giorno per giorno, non dovete pensare ossessivamente al futuro. Sarà un’esperienza durissima, eppure non la deprecherete. Ne uscirete migliorati. Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita.

Condividi

La colonia estiva dell’Agape

A me piace pensare che non si tratti di una coincidenza. Che nelle nostre vite esista un filo che si srotola, mentre il gomitolo corre nella direzione opposta. Anche se poi, in fondo, non ci credo. Però – ecco – vorrei non fosse un caso che il trecentesimo post di questo blog si occupi della colonia estiva organizzata dall’Agape per i disabili.
Perché a quest’associazione – che ha ventidue anni e della quale faccio parte da tredici – devo molto: per l’opportunità che mi ha dato di impegnarmi nel sociale, per i rapporti di amicizia e condivisione che lì dentro sono riuscito ad instaurare, per tante piccole gioie che aiutano a dare un senso alla vita di molti di noi.
Nel corso di tutto questo tempo, come è normale che sia, tanti si sono avvicinati all’Agape e altrettanti se ne sono allontanati: da ringraziare i primi come i secondi, perché una fiaccola è utile pure se brilla per un’ora soltanto, mentre può essere vana se rischiara il vuoto all’infinito.
Certo, i limiti e le difficoltà non mancano, economici e di organico. E con questi bisogna fare i conti quando si prepara un’iniziativa impegnativa come la colonia. Sono ormai lontani gli anni in cui si protraeva per l’intero mese di luglio, grazie alla collaborazione con l’Orfanotrofio Antoniano. Cento bambini più i disabili, con trenta-quaranta volontari che si davano il cambio, tutte le mattine e tutti i pomeriggi.
A causa del progressivo calo dei volontari per motivi di studio o di lavoro, dal 2006 l’associazione ha deciso di dedicarsi esclusivamente ai disabili. A volte affittando alcuni alloggi per una settimana (con conseguente pernottamento), altre facendo la spola tra Sant’Eufemia e Bagnara o Favazzina.

L’estate scorsa, per la prima volta dopo una quindicina d’anni, la colonia non aveva però avuto luogo. Parecchi di noi avevano vissuto l’evento come una sconfitta personale e come un torto nei confronti di questi nostri cari e sfortunati amici che attendono i volontari dell’Agape per andare al mare. Inutile girarci attorno: no Agape, no spiaggia. Questa è la cruda verità.

Qualche mese fa, dopo una rapida e per la verità non molto incoraggiante conta, si è deciso di riprovare comunque. Una settimana, dal 26 agosto al primo settembre. Anche a costo di non fare turni e senza per questo sentirsi particolarmente degni di lode. D’altronde, queste righe vogliono soltanto rappresentare un invito alla partecipazione, affinché la colonia estiva non rischi nuovamente di saltare in futuro, se continuerà a non esserci un ricambio generazionale.

Domenica si chiude, con un pranzo finale sull’Aspromonte e con la consapevolezza di avere fatto quel che bisognava fare. Niente di più.

Condividi

Lorenzo Genovese: il campione, l’esempio

“Il 5 maggio 1991 è una data per me indimenticabile. Quel giorno feci il mio esordio in una gara agonistica, su un tandem Masciarelli con il cambio a manettini, puntapiedi e cinturini”. Da allora sono trascorsi più di venti anni, ma Lorenzo Genovese è ancora in sella, a macinare chilometri in Italia e all’estero, a portare a casa trofei su trofei, ad essere il vero motore di un tandem spesso vincente, sempre protagonista di imprese fuori dal comune. Una sorta di “locomotiva umana”, se ci è consentito prendere a prestito lo pseudonimo che accompagnò la carriera del mitico Learco Guerra tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta del secolo scorso. “Non riesco a immaginare la mia vita senza il ciclismo. Non riesco ad immaginare che un giorno potrei non essere più capace di pedalare” – mi dice pesando le parole una ad una.
La bicicletta rappresenta molto per Lorenzo, non vedente assoluto dall’età di un anno a causa di una malformazione genetica, ma con alle spalle una famiglia forte e di sani principi che ne ha accompagnato la crescita con amore, consentendogli di frequentare istituti e centri specializzati. Anche oggi che ha 43 anni e lavora come centralinista presso il Tribunale di Palmi, dove è in grado di recarsi e spostarsi praticamente da solo: “il ciclismo per me è sempre stato uno strumento di socializzazione. I risultati vengono dopo, molto dopo. Quello che conta è la possibilità di coltivare amicizie tramite la condivisione di una passione. La bellezza di questo sport sta tutta qua. Nel tandem, poi, con la guida si crea un rapporto particolare, difficile da spiegare”.

È intuibile che sia così, che un’alchimia speciale governi quattro gambe e due ruote: “se non c’è amicizia, non si può andare in tandem” – assicura Lorenzo, al rientro da una gara a San Pietro in Gu (Padova) conclusa al secondo posto, a mezza ruota dal bis dello strepitoso trionfo ottenuto nel 2012.
Le vittorie di Lorenzo, che dal 1998 gareggia per il Gruppo Sportivo Non Vedenti di Vicenza, ormai non si contano. Più volte campione italiano della categoria “tandem agonistico per non vedenti”, campione italiano amatori su strada ininterrottamente dal 2001 al 2010, è salito sul gradino più alto di podi sparsi in tutta Italia: su strada, su pista, a cronometro, nelle granfondo.

Meno di dieci giorni prima della gara in Veneto, l’impresa realizzata con il taglio del traguardo della “Roma – Parigi. Sulle strade del Tour”, manifestazione organizzata dall’Associazione culturale “Pedalando nella storia – Maurice Garin” di Roma. Un sodalizio presieduto da Andrea Perugini e dedicato al primo vincitore del Tour de France (1903) che ha così voluto onorare la centesima edizione della Grande Boucle (undici edizioni sono saltate tra il 1915-18 e il 1940-46) e ricordare la prima pedalata da Roma a Parigi organizzata dai gruppi “Audax” italiani (ciclisti in grado di percorrere 200 chilometri in bicicletta in autosufficienza entro una sola giornata) proprio per celebrare quell’evento.
Partita dallo stadio dei Marmi il 12 luglio, la carovana delle biciclette – tra le quali spiccavano cinque tandem con atleti non vedenti: la manifestazione è stata patrocinata dall’Unione italiana ciechi e ipovedenti – è giunta al velodromo “Jacques Anquetil” giorno 20, per sfilare il giorno dopo lungo gli Champs Elysées e l’Arc de Triomphe. Un prologo di 73 chilometri e otto tappe (in totale, 1.626 chilometri e un dislivello di circa 16.000 metri) che sono state anche l’occasione per rievocare grandi campioni del passato, grazie agli incontri programmati con i figli di Bartali e Coppi, con il pronipote di Garin, con Franco Bitossi.

Alla guida del tandem, nel prologo da Roma a Vetralla (VT) e nella prima tappa (Vetralla – Empoli, 226 chilometri), Angelo “Sarino” Surace, architetto eufemiese trasferitosi a Fiuggi che dal 1999 si alterna (anche sui podi) con Marco Pisano: “Ho iniziato a pedalare con Lorenzo circa venti anni fa, quando per scherzo mi propose di fare un giro in tandem. Non avevo mai provato un tandem e poche volte la bici. La mia preoccupazione era di non farlo cadere (cosa che è successa due-tre volte), ma la sua forza mi ha sempre dato coraggio e convinto a superare ogni remora”.

Lorenzo e Sarino sono anzitutto grandi amici, a lungo vicini di casa quando Surace risiedeva a Sant’Eufemia. Uscire in bici con Lorenzo è qualcosa di emotivamente intenso, unico: “Lorenzo è una persona speciale, una di quelle persone che ti arricchiscono l’anima e ti aprono il cuore. Per me è stato un privilegio averlo conosciuto e poterlo frequentare. Da molti anni condividiamo le stesse pedalate ed è un’esperienza che mi rende più forte. Mi fa stare bene con me stesso e mi dà la carica per affrontare le difficoltà che sorgono quotidianamente, sui pedali come nella vita. All’inizio pensavo che fosse lui ad avere bisogno del mio aiuto. Ma non è per niente così. Lorenzo è un compagno unico per forza e determinazione. Dopo venti anni riesce ancora a sorprendermi, ogni volta!”.

Da più di un anno Lorenzo Genovese (presidente onorario) e Sarino Surace (vicepresidente, ideatore del logo e della divisa, curatore dell’omonimo profilo su Facebook) portano in giro per l’Italia i colori degli Eufemiesi Bikers, team nato su impulso di Surace, il cui direttivo è composto dal presidente Mimmo Fedele, dal segretario Enzo Fedele e dal tesoriere Rocco Luppino. In breve tempo le adesioni sono cresciute e oggi gli EB costituiscono un’importante realtà aggregativa che consente di mantenere un filo ideale con il paese d’origine agli emigrati eufemiesi amanti delle due ruote.

Condividi

Le parole di don Italo

Sorprende l’attualità delle parole di don Italo Calabrò (26 settembre 1925 – 16 giugno 1990) nel video che riprende un incontro tenuto dal parroco di San Giovanni di Sambatello con gli studenti del liceo scientifico “Vinci”, più di venti anni fa.

Don Italo è stato tante cose: collaboratore dell’arcivescovo di Reggio Calabria Giovanni Ferro e del successore Aurelio Sorrentino, presidente della Caritas Diocesana, vicepresidente della Caritas Italiana, fondatore della Piccola Opera Papa Giovanni e del Centro Comunitario Agape. Prete antimafia, ma non “professionista” dell’antimafia, secondo la calzante definizione di Mimmo Nasone nella presentazione del saggio biografico edito da Rubbettino nel 2007 (Don Italo Calabrò. Un prete di fronte alla ’ndrangheta, a cura di Domenico Nasone e Mario Nasone, con una prefazione di don Luigi Ciotti).

Una vita dedicata alla lotta alla povertà e all’emarginazione: “i poveri sono i nostri padroni”, la stella polare del suo cammino; “amate tutti coloro che incontrate sulla vostra strada, nessuno escluso, mai!”, la raccomandazione finale contenuta nel suo testamento spirituale.

Don Italo è stato grande educatore e punto di riferimento dell’associazionismo cattolico reggino per diverse generazioni. Potrebbe suscitare stupore l’invito alla lotta rivolto agli studenti (L’obbedienza non è più una virtù, aveva scritto don Lorenzo Milani anni prima, suscitando scalpore prima di diventare autore di riferimento per il movimento del ’68 con Lettera a una professoressa), ma lotta e responsabilità dovrebbero rappresentare i cardini dell’impegno dei giovani (e non solo dei giovani) nella società.
Lotta non violenta, la più difficile da praticare perché comporta la formazione di una coscienza politica. E assunzione di responsabilità, fondata sul protagonismo di chi si espone in prima persona, senza attendere l’iniziativa altrui: “si può dare la delega per tutto… non esiste ancora l’istituto della delega perché un altro viva al posto tuo”.

Condividi

Il pezzettino dell’Agape

Tempo fa mi è stata rivolta una domanda a bruciapelo: “è vero che l’Agape sta per morire?”. A me risultava che l’associazione stesse organizzando alcune iniziative per Natale, poi effettivamente realizzate. La domanda tocca però un nervo scoperto, quello delle difficoltà comuni a gran parte delle associazioni a Sant’Eufemia. Problemi di natura economica, con i costi per il mantenimento di una sede che sono ormai diventati insostenibili e che hanno costretto l’Agape a una scelta sofferta ma saggia: niente più sede “fissa”, almeno per il momento, e impiego delle entrate per lo svolgimento delle proprie attività. Ma anche la “crisi delle vocazioni” (all’Agape come al Terzo Millennio, alla Pro-Loco o a qualsiasi altra associazione) che obbliga sempre i soliti a tirare la carretta da anni o decenni perché il ricambio generazionale è pressoché inesistente, sostanzialmente fermo al “boom” registratosi all’inizio del nuovo millennio.
Un fenomeno molto frequente è infatti l’avvicinamento dei giovani all’associazionismo negli anni del liceo, mentre il passaggio all’università ne determina il distacco. Nuovi interessi, maggiori impegni, trasferimento nelle città delle sedi universitarie: a farne le spese è soprattutto il paese, sempre più povero di energie, intelligenze, freschezza e sempre più vecchio, abulico, prevedibile, immutabile. Ecco perché tutte le associazioni eufemiesi sono un patrimonio da salvaguardare. I segnali di vita della comunità provengono in massima parte da quegli ambienti.

Si fa quel che si può, con le forze che si hanno a disposizione. Nel 2012 l’Agape ha dovuto rinunciare alla tradizionale colonia estiva in favore dei disabili, ma tre matrimoni concentrati nel periodo in cui veniva solitamente svolta significano dodici braccia in meno e difficoltà organizzative insormontabili. All’attivo ci sono i progetti realizzati con l’amministrazione comunale per le aree “anziani”, “disabili” e “minori”, che saranno replicati anche nel 2013 per le aree “anziani” (assistenza domiciliare) e “disabili” (attività di affiancamento agli insegnanti di sostegno nelle scuole), e la collaborazione (confermata anche per l’anno scolastico in corso) con il liceo scientifico “Enrico Fermi” per la partecipazione al concorso “Scatti di valore”, ideato dal Centro servizi al volontariato dei Due Mari di Reggio Calabria per promuovere nelle scuole secondarie di secondo grado i valori del volontariato mediante una serie di attività (laboratori, esperienze di cittadinanza attiva, concorso fotografico “Scatti di valore. Sguardi sui valori del volontariato”). Accanto a queste attività e ai banchetti allestiti per la raccolta di fondi (l’azalea della ricerca per sostenere l’Airc nella lotta contro il cancro, in occasione della festa della mamma; i “kiwi for Kiwanis” per quella contro il tetano materno e del neonato), l’annuale pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, l’organizzazione della “giornata del malato” e le iniziative di solidarietà a Pasqua e a Natale: le visite domiciliari agli anziani, il veglione e la tombolata di solidarietà, la tombolata presso la Residenza sanitaria assistenziale per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina”.

Ovviamente si potrebbe fare di più e si potrebbe fare di meglio. Su questo non ci sono dubbi. Ma l’importante è fare qualcosa. Teresa Sarti Strada, cofondatrice di Emergency, soleva ripetere che “se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo più bello senza neanche accorgercene”. È questo il senso di tante vite, di tante belle storie.

Condividi

Qualche considerazione a margine della presentazione del libro “La lingua dell’altro”, di Francesco Idotta

Non posso recensire il libro di Francesco Idotta, La lingua dell’altro (sottotitolo: Il problema del dialetto nell’apprendimento scolastico. Uno sguardo didattico-filosofico, edito da Città del Sole), che ancora non ho letto. Intendo però commentare la presentazione del volume curata dall’Associazione culturale “Terzo millennio” presso la scuola media statale “Vittorio Visalli”, perché ritengo che debba essere data più risonanza possibile alle manifestazioni fatte bene e perché sono convinto che i singoli e le associazioni, impegnati ad elevare il livello culturale della nostra cittadina, vadano sostenuti e incoraggiati a percorrere una strada parecchio accidentata. Chi fa parte di una qualsiasi associazione conosce le difficoltà che si incontrano quotidianamente: il tempo da sottrarre alla propria famiglia; la “crisi delle vocazioni” che, dopo il boom registrato a cavallo del nuovo millennio, ha visto sensibilmente calare il numero dei volontari; la penuria delle casse, alla quale, in un periodo di crisi economica e di sempre minori contribuiti pubblici al settore, si cerca di ovviare con l’autotassazione.

Ci si accorge dell’importanza delle cose e delle persone quando esse vengono meno. Che Sant’Eufemia avremmo senza la recita organizzata dal Terzo Millennio, senza la sagra della patata della Proloco, senza la colonia per i disabili dell’Agape, senza il défilé dell’associazione dei sarti? Cito quelle che, a mio avviso, sono tra le iniziative più riuscite, senza volere sminuire le altre, né dimenticare chi, anche al di fuori delle associazioni, svolge un’opera meritoria di promozione del territorio e di pedagogia civile. Ecco perché vedere, in un sabato di primavera, gente in piedi perché le poltrone del teatro erano tutte occupate, rigenera e induce all’ottimismo. Sì, c’è molta passività in giro, tanti trovano sempre qualcosa di meglio da fare. Però, se si pizzica la corda giusta, la comunità dà risposte positive. È evidente che Sant’Eufemia ha fame di cultura. Tutte le presentazioni di libri e i convegni storici o letterari svolti nell’ultimo quinquennio hanno sempre avuto un grande successo di critica e di partecipazione.

Il libro di Idotta tocca un argomento molto sentito. Senza pretendere di salire in cattedra per dire ai colleghi docenti come comportarsi, l’autore si sofferma sul linguaggio “dell’altro”, degli stranieri e dei bambini dialettofoni. Un problema che Idotta conosce bene per averlo affrontato nel corso di un decennio di scuola primaria, sperimentando metodi di insegnamento che hanno avuto riscontri incoraggianti. Una questione che è didattica, ma che rientra nella discussione più ampia sull’integrazione come approdo necessario per risolvere positivamente il dibattito sulla diversità delle culture che si incontrano (e si scontrano) in un Mediterraneo restituito all’antica centralità.

Prima delle conclusioni dell’autore, Rossella Morabito ha catturato l’attenzione del pubblico con una relazione brillante e autorevole, centrata sul tema e ricca di suggestioni letterarie, riferimenti qualificati e rimandi ad ulteriori approfondimenti. A dare “colore” all’iniziativa, la lettura di alcuni brani del libro (Martina Napoli, Enza Saccà, Iole Luppino), la rappresentazione “alla Terzo Millennio” di una poesia dialettale (Enzo Fedele, Paolo Occhiuto, Eurema Pentimalli) e due arie della “Cavalleria Rusticana”, eseguite dal soprano Giuseppina Violani e dal tenore Francesco Tripodi. In chiusura, la serie di interventi del pubblico ha attestato la legittimità della soddisfazione espressa dal presidente Francesco Luppino (“anche questa volta, ci abbiamo azzeccato”).

Condividi

Raccolta differenziata

Come tutti i giorni, stamattina sono uscito per differenziare il vetro, un’operazione che faccio con molto piacere, più del cartone o della plastica. Non conosco il motivo, sarà la campana verde a mettermi allegria, ma in casa (e soprattutto al bar di mio padre) l’addetto al vetro sono io sin da quando i contenitori per la raccolta sono stati distribuiti un po’ in tutto il paese. In realtà, il servizio non è eccellente: qualche campana è rotta e diverse sono stracolme. Non si sa da quanto tempo non vengono svuotate, per cui trovarne di utilizzabili è un’impresa. Attualmente mi servo di quella situata in contrada Giardinello, l’unica usufruibile nel rione Pezzagrande. Stamattina ho però trovato una sorpresa, anzi tre. Proprio dietro la campana.

Tre piccolissimi cuccioli di cane che qualcuno aveva abbandonato dentro una scatola di cartone. Gli occhi ancora chiusi, uno addosso agli altri, come per riscaldarsi. Li ho portati a casa e li ho affidati alle cure di mia mamma, che ha provveduto immediatamente a dare loro del latte con una siringa. Nel frattempo ho cercato di vedere a chi poterli affidare.

Mi sono quindi rivolto al Corpo Forestale dello Stato, che mi ha messo in contatto con una gentilissima signora di Palmi, Maria Saccà, una volontaria dell’ENPA (Ente nazionale protezione animali), alla quale ho nel pomeriggio affidato i tre cuccioli. Lei dice che stanno bene e che ce la faranno. Se qualcuno fosse interessato, può recarsi in contrada Fracà, a Palmi (o contattare me). La cosa importante è che i piccoli sono in buone mani, saranno allevati con cura e tra circa due mesi, muniti di microchip, verranno dati in affido (dopo un periodo di prova) a chi ne farà richiesta.

Condividi

Vittorio Arrigoni, un vincitore

È trascorso un anno dall’uccisione di Vittorio Arrigoni, l’attivista dell’International Solidarity Movement, organizzazione non governativa che opera nella Striscia di Gaza in difesa dei diritti umani della popolazione palestinese: sulle ambulanze che soccorrono i feriti degli attacchi dell’esercito israeliano, sulle barche dei pescatori ai quali viene impedito di pescare oltre tre miglia dalla costa (praticamente, dove ci sarebbe qualcosa da pescare), sui terreni agricoli coltivati oltre il limite imposto da Israele.
Circa un mese fa, avevo parlato della vicenda giudiziaria, per la quale ci sono fondati timori che possa concludersi in una farsa e senza la condanna dei responsabili. Oggi però voglio ricordare Vik con le sue parole, da ascoltare dal primo al quarantasettesimo dei minuti di un bel documentario. È un peccato che questo video, fino ad ora, abbia avuto su youtube soltanto 2700 visualizzazioni. Dentro c’è tutto: l’idealismo, l’impegno, la passione, il pacifismo e l’amore. E l’invito, la “firma” di Arrigoni: “restiamo umani”. Si resta umani anche deponendo un fiore sulla tomba di un soldato israeliano all’interno del cimitero delle vittime della seconda guerra mondiale, un gesto accompagnato da parole che si commentano da sole: “Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni: un vincitore”.

Condividi

Blogging Day per Rossella Urru

Il “blogging day” è un giorno in cui un gruppo di blogger decide di parlare di un unico argomento. Allo scopo di sensibilizzare quante più persone possibili e di far parlare anche i media del rapimento di Rossella Urru, nella giornata di oggi i blogger che aderiscono all’iniziativa dedicheranno il proprio post a questo argomento. Per contribuire alla conversazione su Twitter social network usiamo gli hastag #freerossella e #freerossellaurru

L’appello di Donne Viola:

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella Urru ed altri due cooperanti spagnoli (Ainhoa Fernandez de Rincon, dell’Associazione amici del popolo saharawi, e Enric Gonyalons, dell’organizzazione spagnola Mundobat) sono stati rapiti da uomini armati, arrivati a bordo di diversi pick-up. Originaria della provincia di Oristano, Rossella Urru, 29 anni, e’ rappresentante della ONG Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli (Cisp) e lavora da due anni nel campo profughi Saharawi di Rabuni, nel sud ovest dell’Algeria, coordinando un progetto finanziato dalla Comunità europea.
Rossella si occupava di rifornimenti alimentari, predisponeva la distribuzione con particolare riguardo alle necessità di donne e bambini. Rossella Urru e’ laureata in Cooperazione Internazionale presso la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna, proprio con una tesi sul popolo Saharawi.
Dalla notte del sequestro non si hanno avuto notizie di Rossella Urru fino al mese di dicembre quando un gruppo dissidente dell’Aqmi (Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya ) ha rivendicato il rapimento.
Grazie a rapporti personali col popolo tuareg da parte del consigliere regionale Claudia Zuncheddu, sappiamo che Rossella è viva e che si trova in un territorio desertico quasi inaccessibile, crocevia di interessi contrastanti fra governi e movimenti, dove ovviamente assume rilevante importanza l’intreccio delle funzione di mediazione di soggetti diversi. I sequestratori mirano ad un riscatto per acquistare armi necessarie alla loro lotta per l’indipendenza. Il governo algerino, che conosce il territorio desertico a palmi, tuttavia non e’ favorevole alla mediazione con riscatto visto che sarebbe il destinatario di una insurrezione armata da parte del fronte del Polisario armato. In aggiunta il governo francese, spinto da mire neocolonialiste, e’ fortemente interessato alla liberazione forzata dei ragazzi sequestrati, mettendo così a rischio la loro incolumità.
Sono passati 117 giorni dal suo sequestro e rivendichiamo la sua liberazione, il silenzio che la circonda e’ assordante.
Lasciamo ai servizi ed alle ambasciate rispettivi ruoli e rispettiamo il desiderio dei familiari di mantenere basso il profilo sulle trattative tuttavia dobbiamo fare in modo che si parli di questo sequestro per spingere le nostre amministrazioni, i nostri governi e quanti piu’ Stati possibile ad intraprendere azioni diplomatiche per la liberazione di Rossella.
Forse i suoi sequestratori fanno paura ai diplomatici.
Forse il sequestro e’ capitato in un momento storico in cui tutte le attenzioni dei governi sono rivolte allo spread, ai bund, alle borse, ai mercati ed alle finanze.
Forse e’ capitato proprio quando in Italia si e’ verificato un cambio traumatico di governo e si affronta una crisi economica gravissima.
Ma non si puo’ perdere altro tempo e tutti noi dobbiamo chiedere a gran voce che le autorità competenti rivolgano la massima attenzione al problema della liberazione di Rossella.
Il nostro appello e’ rivolto alle organizzazioni, alle ambasciate, ai mediatori, ai servizi ed ai governi, centrale e regionale, perchè utilizzino tutti i mezzi e tutte le strategie possibili per riportare Rossella a casa quanto prima.
Il fratello di Rossella dice : “le parole cedono di fronte a tanto assurdo, si sgonfiano e sembrano afone. Eppure, in questa vibrante impotenza in cui ci troviamo, sono quel poco che ci è concesso, un nonnulla che tenta di colmare un abisso e una distanza insospettati; che riescono appena a tenerci in piedi, a farci avanzare”.
Parliamo di Rossella fino a diventare afoni anche noi, parliamo di lei e di questo popolo abbandonato nel mondo che lei ha voluto aiutare nonostante i troppi rischi.

Condividi