
Non sempre il tempo è galantuomo. A volte è una spugna che tutto cancella. Volti, nomi, storie. Mondi che non esistono più, se non nel ricordo di qualche nostalgico irriducibile. Fotogrammi che si susseguono, per didascalia la raccomandazione di Corrado Alvaro: «È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».
Per andare dove, mi chiedo. Oggi che il mondo sembra non sapere che farsene di ciò che è stato. Né riesce a guardare oltre l’orizzonte quotidiano. Chissà. Forse si tratta delle ubbie di chi fatica a comprendere la mutazione antropologica in atto, di chi sconta difficoltà di connessione con il presente e, forse per questo, si rifugia nel passato. Con il rischio inevitabile di scadere nella retorica del “si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio”. Con buona pace di Alvaro, però, qualche lacrima finisce per rigare le guance. Ci si sente soli. È la solitudine dell’anima: la più ostinata, inconsolabile. Un “tutto finito” sbattuto in faccia.
Quanta tristezza suscita l’oblio. Dalle nostre parti, poi, con il cancellino in mano siamo dei fenomeni. La lavagna diventa il campo da gioco preferito. Manchi qualche anno dal paese ed è come non esserci mai vissuto. Anche se sei stato per tutta la vita un “personaggio”.
Ciccio Modaffari (“gaddina”) lo è stato. Forse per questo mi si è stretto il cuore nel vedere quanta poca gente gli ha reso l’ultimo saluto. Il mio primo ricordo risale a quasi mezzo secolo fa, quando ancora abitavo nel cortile di via De Nava, da mia nonna. In estate capitava spesso che venisse interrotto il servizio idrico e, a quei tempi, non esistevano i social per veicolare tempestivamente l’annuncio. Ci pensava il banditore pubblico: Ciccio. Si fermava negli incroci delle strade e con la sua voce squillante avvisava la popolazione: «Si jetta bandu/ ca e sei i stasira/ chiudinu l’acqua». E allora tutti a darsi da fare per riempire bottiglie, secchi e bacinelle. E sempre Ciccio aveva il compito di sostituire le lampadine della pubblica illuminazione servendosi di una lunga canna di bambù alla cui sommità vi era un gancio che si azionava tirando uno spago.
Come da tradizione nei paesini, il banditore era un dipendente comunale, solitamente uno spazzino – quando ancora il termine ancora non era politicamente scorretto. Lo era anche Ciccio, come lo era mio zio Ntoni, alle cui scope provvedevano le mani callose di mio nonno Mico legando l’erica al bastone con il filo di ferro. Conservo una foto bellissima di quella squadra di netturbini, i quali ogni giorno percorrevano le vie del paese per spazzare e raccogliere i rifiuti nel carrello a due bidoni. Le scope sui lati sembravano le lance di antichi cavalieri medievali.
La caratteristica di Ciccio era il porta a porta con un particolare ticchettio sui vetri delle porte, che riproduceva una delle tante marce eseguite dalle bande nelle feste di paese e infondeva allegria. Oltre al suo maleodorante sigaro, che fumava in piazza di pomeriggio, per rilassarsi. Quella piazza teatro dei nostri atroci scherzi di adolescenti, ai quali neanche lui poté sottrarsi. Perché là, nei locali della vecchia pescheria, lasciava la sua carriola, che una notte finì tra i rami di un albero della piazza e un’altra volta sul tetto del furgoncino di Ntona “a gelatera”. Altro personaggio mitico, capace di inserire in una maledizione tre o quattro parole volgarissime dopo che le avevamo fatto saltare in aria il braciere, collocando un paio di petardi dentro la latta posta sul carbone, davanti all’uscio di casa sua.
Un’altra abilità che faceva di Ciccio un “personaggio” era la facilità con la quale, nei funerali, riusciva puntualmente a “licenziarsi” per primo. Finché ha vissuto in paese non ne ha saltato neanche uno. Per usanza, dovere, abitudine. O forse perché, probabilmente, l’indifferenza è sentimento tipico di questa favolosa epoca moderna, sconosciuto ai suoi tempi.