Sabato mattina, presso il liceo scientifico di Sant’Eufemia, si svolgerà un’iniziativa di assoluto rilievo, organizzata dal liceo e dal Comune e caratterizzata da due momenti significativi: il convegno di studi “La centralità del periferico. L’attualità dei classici”, con gli interventi degli autorevoli relatori presentati nella locandina, e lo scoprimento di una targa commemorativa in onore del professore Elio D’Agostino, che del nostro liceo è stato, a lungo, colonna portante. Sarà importante esserci, per testimoniare la riconoscenza degli eufemiesi nei confronti di una personalità che tanto ha dato per la crescita culturale e sociale della nostra comunità.
Ci siamo lasciati alle spalle tre anni di clausura e di scoramento, complici il Covid e le note vicende che hanno fatto piombare il paese in una sorta di abulia mai conosciuta in passato. Sant’Eufemia ha sempre avuto un tessuto sociale caratterizzato dalla particolare vitalità delle sue associazioni culturali, sportive, di volontariato e di promozione del territorio, dal dinamismo delle scuole e della parrocchia. Da questo punto di vista, il triennio 2020-2022 è stato sconfortante, ancorché comprensibile nel contesto di sbandamento generale causato anche dalla difficoltà di instaurare sinergie istituzionali. Avere privato per oltre due anni il paese di un’amministrazione comunale è stata la carognata più grave subita dalla nostra comunità, non mi stancherò mai di ribadirlo ogni volta che ne avrò occasione. Alcuni hanno provato a reagire e a loro va riconosciuto il merito di avere tenuto accesa una fiammella, alimentata da iniziative non irrilevanti: la parrocchia, l’Agape, il “Team Bike Sant’Eufemia 1000 km”, mastro Mimmo Fedele con l’Associazione regionale sarti e stilisti calabresi, le scuole, i due cori parrocchiali “Cosma Passalacqua” e “cAntonella gioia”. Questo per il passato. Il presente, per fortuna, ci parla d’altro. Da diversi mesi a Sant’Eufemia soffia un vento di rinascita che ispira fiducia. Piccole tracce, però incoraggianti, che vanno seguite con attenzione. Su tutte, la costituzione dell’associazione musicale “Thàleia”, composta da ragazzi giovanissimi ma già promotori di numerose iniziative (incontro sul ruolo della donna nella storia musicale, concerto per l’anniversario dell’Unità d’Italia, esibizioni varie), i quali per il solo mese di aprile hanno previsto tre incontri letterari e un concerto in piazza, per la Festa della Liberazione. Ma anche i protagonisti storici delle manifestazioni eufemiesi sono in fermento. L’associazione di volontariato cristiano “Agape”, che pure in questi anni è riuscita a mantenere la maggior parte delle sue tradizionali iniziative, dopo lo stop dell’anno scorso organizzerà nuovamente la colonia estiva per i disabili. Il “Terzo millennio”, da oltre due decenni protagonista assoluto dell’associazionismo eufemiese, tornerà con la “Primavera di libri” e ha in cantiere ambiziosi progetti nel campo della recitazione e del teatro. Indizi importanti, che segnalano una ricucitura del tessuto cittadino sfibrato dagli eventi dell’ultimo triennio e che occorre convogliare nella direzione di un’auspicabile ripresa culturale e sociale. I riti religiosi della Settimana Santa hanno registrato un’adesione popolare straordinaria, come non accadeva da tempo e sulla quale è necessario riflettere. Una nuova primavera può infatti sbocciare soltanto se si parte da questo diffuso desiderio di partecipazione, che trae linfa dal sentimento identitario della condivisione di un destino comune.
Foto tratta dal profilo Facebook della Parrocchia di Sant’Eufemia
Nella emozionante e molto partecipata Via Crucis cittadina di ieri sera, guidata dal parroco di Sant’Eufemia don Marco Larosa e animata da gruppi, associazioni, scuole e amministrazione comunale, all’Agape è stata affidata la meditazione sulla terza stazione (“Gesù cade per la prima volta”):
«Perché è capitato proprio a me?». Quante volte ci siamo posti questa domanda di fronte a un dramma che sconvolge le nostre esistenze o quella di persone a noi care? Ingiustizia, malattie, morti improvvise o al termine di lunghe sofferenze che non riusciamo a spiegare, né ad accettare. Eventi scandalosi, ma è proprio dallo scandalo delle nostre coscienze che dobbiamo partire. Dallo scandalo nell’accezione biblica di “inciampo”: ostacolo che costringe a soffermarsi e a riflettere. Come ci accade di fronte a Gesù piegato sotto il peso della croce. Gesù non dovrebbe cadere, perché Egli è Dio. Eppure Gesù cade, Egli si abbassa al nostro livello di comuni mortali e nel cadere ci indica la Via. Don Tonino Bello ci ha insegnato che le ferite sono un’occasione speciale nella vita di ciascuno di noi, se siamo capaci di trasformarle in feritoie attraverso le quali farvi passare la luce della rinascita, la luce che ci rimetterà in piedi. La Luce di Dio. Per amore Gesù si fa uomo e assume su di sé i peccati dell’uomo, rappresentati dalla croce che lo schiaccia a terra: sfinito, flagellato, sputato e deriso. Una volta caduto, si rialza e riprende il cammino verso il Calvario. Il suo messaggio è: «Rialzatevi e continuate a camminare». Ogni volta che cadiamo, ogni volta che ci sentiamo umiliati, ogni volta che non vediamo via d’uscita, rialziamoci e continuiamo a camminare: confidiamo nella Sua guida per trovare la forza necessaria ad andare avanti. Se crediamo in Lui, sopporteremo il peso delle avversità e delle ingiustizie disseminate lungo il cammino che conduce alla Verità. Se ci affidiamo alla Sua Parola, troveremo conforto e pace.
Con la “Via Crucis del malato” svolta all’interno della Residenza sanitaria per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina” è iniziata ieri la “Pasqua di solidarietà” dell’Agape. Guidati dal parroco don Marco Larosa, i volontari dell’associazione, le operatrici della struttura con la direttrice Rossana Panarello e le cantanti del coro “Cosma Passalacqua”, dirette da Angela Luppino, hanno ripercorso le tappe della Passione di Gesù. Di stazione in stazione, la presidente dell’associazione Iole Luppino ha portato la croce, soffermandosi sui “quadri” retti dagli ospiti della struttura, sistemati attorno al grande tavolo circolare della sala ricreativa. Molto emozionante è stata l’esecuzione finale da parte del coro di “Stava Maria dolente”, il celebre e straziante canto delle Marie che caratterizza a Sant’Eufemia la Processione dei Misteri. Al termine del rito religioso, la presidente dell’Agape ha consegnato alla direttrice della struttura un caratteristico crocifisso della Via Crucis, sul quale sono disposte le 14 stazioni e – al centro – Gesù Risorto, simbolo del trionfo della vita sulla morte. Nel corso della Settimana Santa i volontari consegneranno le uova di Pasqua ai ragazzi che generalmente partecipano alla colonia estiva organizzata dall’associazione, mentre domani, insieme alle altre realtà associative cittadine, l’Agape – alla quale è stata assegnata la meditazione sulla terza stazione – parteciperà alla Via Crucis parrocchiale che si snoda lungo le strade del paese.
Nella quinta stazione della Via Crucis entra in scena Simone di Cirene, “un tale cha passava”, il quale viene costretto dai soldati romani ad aiutare Gesù a portare la croce fino alla collina del Golgota. L’aspetto coercitivo della vicenda narrata dagli evangelisti Marco e Matteo resta sullo sfondo. Risalta invece il carattere universale di un incontro involontario, non dissimile dai tanti che nell’arco della vita accadono tra soggetti sconosciuti, obbligati dalle circostanze a patire una sofferenza comune. “Cireneo” è infatti colui che, spontaneamente o meno non importa, assume su di sé la fatica e la pena di un altro. La condivisione di una croce appartiene a quei gesti che sconcertano per la loro abbagliante bellezza. Non dipende dalla condizione personale dell’autore, che può a sua volta avere le spalle già gravate da un fardello proprio. È il caso dei detenuti che svolgono la funzione di “piantone” nelle carceri. Una figura preziosissima, della quale il mondo di fuori ignora l’esistenza. E che ricorre nei racconti di chi riesce a trovare bagliori di umanità in posti di frequente simili a gironi danteschi. Nelle galere italiane vivono persone, condannate o in attesa di giudizio, non sempre totalmente autosufficienti a causa di patologie varie: in particolare, circa 600 disabili e un migliaio di ultrasettantenni che presentano malattie tipiche dell’età avanzata. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, prescrive il terzo comma dell’articolo 27 della costituzione, che è tuttavia scarsamente applicato nei luoghi di detenzione, al pari del diritto alla salute e – specialmente per i detenuti anziani – del principio della proporzionalità della pena e della sua funzione rieducativa. Per questi soggetti la pena è doppia, dovendo essi scontrarsi con le molteplici criticità strutturali di edifici spesso fatiscenti: barriere architettoniche lungo il percorso (a volte lungo) che va dalla sezione al cortile del passeggio, gradini e marciapiedi malfermi, bagni inadeguati. Alla privazione della libertà si aggiunge quindi la mortificazione causata dalla perdita dell’autonomia nello svolgimento di azioni elementari. In alcune prigioni i soggetti non autosufficienti vengono affiancati da un altro detenuto, appunto il piantone, che ha il compito di assistere e aiutare il compagno di cella nelle sue necessità personali e nelle attività che non è in grado di svolgere. Il piantone cucina, lava la biancheria, rassetta il letto, tiene pulita la cella. Sbuccia la frutta e taglia la carne: operazioni tutt’altro che semplici da realizzare con le deboli posate di plastica, per chi non può contare su una buona prensione della mano. Al pari del taglio delle unghie, al quale il piantone provvede. Accompagna l’anziano o il disabile in bagno e nelle docce comuni, nel passeggio e in infermeria, lo aiuta a vestirsi e ad allacciare le scarpe. Non tutti i penitenziari possono contare sui fondi necessari per corrispondere il piccolo compenso destinato a queste figure, o comunque non ne dispongono a sufficienza per coprire il fabbisogno dell’istituto. Intervengono allora lo spirito di solidarietà e la legge non scritta che impone di soccorrere chi si trova in difficoltà. Per senso di umanità e per rispetto della dignità dell’individuo, che dovrebbero valere sempre e ovunque: per le persone libere così come per quelle incarcerate. Quella umanità che traspare quando, dopo avere condotto il compagno alla postazione per le videochiamate, il piantone dedica ai familiari in attesa nel display un sorriso rassicurante: «È tutto a posto, state tranquilli. Ci penso io a lui».
Da diversi giorni mi martellano la testa i versi di una canzone di Ligabue, Anime in plexiglass: «Una volta qui c’era il Bar Mario/ l’han tirato giù tanti anni fa/ e i vecchi sono ancora lì/ che dicono che senza non si fa». Invece si fa, si deve fare. Cercando di tenere a bada una tempesta emotiva comprensibile, se penso a quante vite vi sono passate dentro, dal lontano 1982. A partire dalle nostre, quelle della mia famiglia. La mia, un bambino di neanche dieci anni che saliva sulla cassa della Peroni per preparare il caffè, perché altrimenti non riusciva ad agganciare il braccetto portafiltro alla macchina. Quella dei miei fratelli, con i quali si faceva a gara per chi doveva servire ai tavoli perché, in fondo, in quegli anni per noi il bar era un gioco. Il sacrificio di mia mamma e di mio papà, alla cui intuizione si deve la nascita del circolo ricreativo, seguita alla trasformazione dei locali del vecchio cinema (del quale fu l’ultimo gestore al rientro dagli undici anni vissuti in Australia) in un moderno punto di aggregazione per i giovani del paese. Il Bar Mario è stato la nostra vita. Non è stato facile, si è dovuto stipare il cuore in un cassetto e tapparsi le orecchie. Ma credo sia giusto così, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Preferisco pensare a tutto ciò che il circolo ricreativo gestito dalla mia famiglia ha significato, al tanto che abbiamo dato e al tanto che abbiamo ricevuto. Il mio pensiero va ai tanti amici che purtroppo non ci sono più, alle lezioni di vita che ho appreso da tutti coloro che lo hanno frequentato in oltre quarant’anni di attività. Là dentro ho imparato cosa è giusto fare e cosa è giusto non fare. Il contatto quotidiano con la gente, i problemi di giovani e meno giovani, l’instaurazione di rapporti di sincera amicizia sono stati per me una palestra di vita e un tesoro di umanità che conserverò gelosamente per sempre. Dal Bar Mario sono transitate generazioni di ragazzi diventati adulti, molti costretti ad emigrare, ma che ad ogni estate hanno continuato a passare dal circolo per un saluto, per ricordare vecchi aneddoti e per tenere così vivo il ricordo dei giorni felici. Anni d’oro, con oltre 200 soci che affollavano il locale dalla mattina alla sera, distribuiti nei diversi ambienti: la sala biliardi con tre tavoli (prima Mari, poi Hartes, infine MBM), per occupare i quali occorreva la prenotazione; il palcoscenico del teatro chiuso da un tendone, con cinque tavoli riservati al gioco delle carte (scala 40, ramino, tressette, scopa, briscola); la sala giochi con il calciobalilla, il flipper e oltre dieci videogiochi cabinati, da SuperMario Bros a Pac-Man, da Street Fighter a Space Invaders, il mio preferito. Gli anni dei tornei di biliardo, di calcio, delle gare di ciclismo, della sagra delle ciliegie. Ringraziamo chi in questi giorni ha espresso dispiacere per la chiusura del circolo. Ringraziamo coloro che ci sono stati vicino in questi anni, molti dei quali nel tempo sono diventati amici di famiglia: i fornitori di bevande Raffaele Fazzari e Giuseppe Carbone, Tonino Rizzitano (Gelati Algida), Carmelo De Leo (Caffè Moca), Arturo Nastasi (AICS Reggio Calabria). Quattro decenni vissuti con umiltà possono ora lasciare il campo all’orgoglio per essere stati un punto di riferimento importante nella comunità eufemiese. Alla mia famiglia mancherà il Bar Mario, ma in questo momento è una piccola consolazione sapere che non mancherà soltanto a noi. Abbiamo voluto bene, siamo stati voluti bene. Questo conta, questo ci fa essere ciò che siamo. Grazie a tutti.
Vorrei che tu fossi qui. Cinque parole per definire un’assenza lancinante, insanabile. Vorrei ma non ci sei, non ci sarai. Un’assenza che brucia nel petto, destinata ad ardere in eterno e che mai si spegnerà. La fine di una storia alla quale non si può porre rimedio. Definitiva come il finale di un film che toglie il respiro e fa tornare a casa turbati, disorientati e sospesi tra ciò che si era e ciò che si è diventati. Paralizzati dal dolore. Vorrei che tu fossi qui. Quasi un sussurro affidato al vento e rivolto dai Pink Floyd al fondatore del gruppo e anima psichedelica della prima stagione, Syd Barrett, il “diamante pazzo” smarritosi tra la nebbia degli acidi. Sette anni dopo l’addio, il 5 giugno 1975 Syd si presenta nello studio di Abbey Road dove la band stava registrando l’album Wish you were here, e non verrà riconosciuto dai suoi compagni. Alienato, appare di molto ingrassato e dall’aspetto trasandato. Calvo e con le sopracciglia rasate, sembra un vecchio nonostante abbia soltanto 29 anni: «Fu quasi come l’apparizione di un fantasma», dirà il batterista Nick Mason. Riappare proprio mentre si parla di lui e della sua assenza, in uno degli album più iconici della storia del rock, 20 milioni di copie vendute. Il brano che dà il titolo all’album è stato scritto per lui, così come Shine on you crazy diamond, che apre e chiude l’album. Le domande iniziali della canzone sono nodi che Barrett è incapace di sciogliere: paradiso e inferno, cieli blu e dolore, un campo verde da una fredda rotaia, un vero sorriso da un sorriso velato, nascosto, falso. Metafore forti sul male di vivere che nasce da un irrisolto dramma esistenziale, che in Barrett deflagra anche a causa dell’abuso di droghe. Ma Wish you were here non parla solo di e a Barrett. Una lettura che spacchi la crosta della superficie consente di intuire un messaggio universale: ed è questo il tratto caratteristico delle opere d’arte. La frattura più profonda è quella tra la vita e la non vita, che si manifesta quando si è schiacciati dalla propria maschera, dal ruolo che ci diamo o che ci viene assegnato. Moriamo ogni volta che alziamo un muro tra noi e il mondo, come il protagonista del concept album The Wall (1979), intrepretato nel film omonimo di Alan Parker (1982) da un immenso Bob Geldof e nel quale c’è molto della vicenda umana e professionale di Barrett, non solo di Roger Waters. Moriamo ogni volta che siamo portati a barattare i nostri eroi con dei fantasmi: ciò in cui crediamo diventa il nostro incubo; la cenere calda con gli alberi: confondiamo la distruzione e la morte con la vita; l’aria calda con la brezza fresca: pensiamo di trovare refrigerio e sollievo in ciò che invece opprime. Ogni volta che – è la risposta sottintesa all’ultima domanda della seconda strofa – si rinuncia a combattere (“a walk on part in the war”) nella vita di tutti i giorni, preferendo “un ruolo da protagonista in gabbia”. Prigionieri della propria incapacità di adattarsi e di affrontare i cambiamenti, di continuare a vivere “dentro” la vita che scorre. Come i pesci che nuotano in tondo nell’acqua di una boccia, non ci capiamo, né comprendiamo il senso della vita. Corriamo senza meta, tormentati dalle “stesse vecchie paure”. Vorrei che tu fossi qui. Impotenti, non sappiamo dire altro.
Altri dodici giorni e avrebbe compiuto trent’anni. Chissà se Carlo Muscari pensò a quell’imminente anniversario, mentre infilava la testa dentro al cappio in piazza Mercato, a Napoli, il 6 marzo del 1800. Tra gli ultimi patrioti della Repubblica Napoletana ad essere giustiziato, Muscari era nato a Sant’Eufemia il 18 marzo 1770 da Francesco e Lavinia Pugliatti. Il padre apparteneva ad una ricca ed aristocratica famiglia di proprietari terrieri originaria di Melicuccà, la madre era una nobildonna reggina. Compiuti gli studi ginnasiali a Roma sotto la guida dello zio Giuseppe Maria Muscari, intimo di Pio VI e di Sant’Alfonso de’ Liguori, si laureò in legge a Napoli, dove viveva il fratello maggiore Giuseppe, avvocato, che curò anche la formazione di un altro fratello, Gregorio. Nella capitale borbonica frequentò gli ambienti massonici e nel 1794 fu coinvolto in una congiura giacobina che gli procurò l’arresto e la reclusione nel carcere della Vicaria, con l’accusa di “asportazione d’armi proibite, bestemmie, miscredenze, violenze ed altri eccessi”, oltre che per il possesso di “alcuni libri sediziosi francesi”. Messo in libertà dietro il pagamento di una cauzione di 1.000 ducati, subì un altro deferimento tra il 1795 e il 1797. Con l’arrivo dei francesi a Napoli e la fuga del re Ferdinando IV, Carlo Muscari fu tra i protagonisti degli eventi che portarono alla proclamazione della Repubblica Napoletana, a gennaio del 1799. Inizialmente ebbe il comando della II compagnia della I legione, con il grado di capitano; successivamente, passò prima alla II legione come capo battaglione e infine fu comandante della Legione “Bruzia”, che contava 500 fanti e 200 cavalieri. Il 20 gennaio 1799 partecipò alla presa del castello di Sant’Elmo e alle operazioni che sancirono la vittoria degli insorti filofrancesi, mentre a marzo si distinse nello scontro contro i filoborbonici di Torre Annunziata. Membro della “Commissione pel piano delle Finanze”, insieme al fratello Gregorio fu inoltre componente della Commissione “degl’informi” (23 marzo), che si occupava dell’epurazione dell’apparato burocratico borbonico. Nel frattempo, anche il quarto fratello Muscari, Mercurio, era scappato da Sant’Eufemia in seguito al saccheggio ed al tentativo di incendio della propria abitazione da parte delle truppe sanfediste che stavano risalendo la Calabria e raggiunse i fratelli a Napoli. La guerra civile stava però cambiando segno. Dopo la capitolazione dei giacobini nella difesa del forte di Vigliena (13 giugno 1799), le truppe del cardinale Ruffo guadagnarono il controllo della città. Carlo, Gregorio e Giuseppe Muscari si asserragliarono nei Castelli. Mercurio, che inizialmente aveva trovato rifugio in un convento, da lì fu costretto a scappare travestito da frate, ma fu riconosciuto e arrestato. Il trattato di capitolazione sottoscritto il 19 giugno concedeva agli insorti la facoltà di trasferirsi in Francia. Ma cinque giorni dopo sbarcò a Napoli l’ammiraglio Nelson, il quale come primo atto ordinò la sospensione del trattato. Cosicché dal vascello inglese “Audace”, dove aveva ottenuto di trasferirsi insieme ad altri patrioti calabresi che avevano scelto l’esilio e che era pronto a salpare verso la Francia, Carlo Muscari fu trasbordato sulla corvetta borbonica “Stabia”, riportato a terra e “fatto transitare assieme a tanti altri per le vie di Napoli con un collare al collo” prima di essere imprigionato nei Castelli del Carmine e Castelnuovo, in attesa del processo. Tra le lettere della fitta corrispondenza intercorsa tra Ferdinando IV di Borbone e il cardinale Ruffo, ad agosto, una fa riferimento al condannato eufemiese: «Il Re ha risoluto, e vuole che la Suprema Giunta di Stato proceda in giustizia, e giudichi con tutto il rigore delle leggi i seguenti rei di Stato: Carlo Muscari, Michele Filangieri, Pietro Doria». Per lo storico Vincenzo Cuoco la condanna a morte di Muscari, emessa il 27 gennaio 1800, è paradigmatica del clima giustizialista instauratosi con il ritorno dei Borboni: «Le sentenze erano fatte prima del giudizio. Chi era destinato alla morte doveva morire […]. Dal processo di Muscari nulla si rilevava che potesse farlo condannare; ma troppo zelo avea dimostrato Muscari per la Repubblica, e si voleva morto. La Giunta, dicesi, ebbe ordine di sospender la sentenza assolutoria e di non decidere la causa finché non si fosse trovata una causa di morte. A capo di due mesi è facile indovinare che questa causa si trovò». Ferdinando IV di Borbone, con la “reale determinazione” del 14 febbraio riconfermò la sentenza di morte. Eseguita la sentenza, la salma fu poi sepolta nella chiesa di Santa Caterina ai Funari. Nel centenario della morte il presidente del consiglio provinciale di Reggio Calabria, l’eufemiese Michele Fimmanò, tenne il discorso commemorativo che si concluse con la collocazione, all’interno del municipio di Sant’Eufemia, di una lapide in marmo con sopra scolpite le parole dettate da Vittorio Visalli: «Tradita la fede dei patti/ da bieca voluttà di tiranni/ CARLO MUSCARI/ milite della Repubblica Partenopea/ moriva strangolato a Napoli/ il 6 marzo 1800/ I cittadini eufemiesi dopo 100 anni/ a ricordo ed esempio». Ridotta in macerie nel terremoto del 1908, una riproduzione dell’iscrizione fu posta alla fine degli anni Venti nel nuovo palazzo municipale, ma anch’essa andò distrutta con la demolizione dell’edificio, nella metà degli anni Ottanta.
Circa un mese fa scrissi un post sugli articoli dedicati dal Corriere della Sera a Sant’Eufemia d’Aspromonte in occasione del terremoto del 28 dicembre 1908 e, sulla base delle informazioni storiche inedite così recuperate, un altro sull’attività di soccorso della nobildonna Adele Alfieri di Sostegno. Molto interessante è quello datato 13 marzo 1909, che fa riferimento al consiglio comunale del 9 marzo, nel quale l’amministrazione di Sant’Eufemia, allora retta da un commissario, deliberò di adottare quale bandiera del comune quella del municipio di Milano (croce rossa su sfondo bianco), consegnata dai volontari milanesi alla comunità eufemiese alla fine dei due mesi trascorsi in terra aspromontana: Il Comune di S. Eufemia d’Aspromonte, quale omaggio e manifestazione di gratitudine a Milano, ha deliberato di adottare per la sua bandiera i colori della nostra città. Ottenendone l’adesione dal sindaco sen. Ponti, il Commissario prefettizio Cappelli, ne dava notizia ai cittadini di S. Eufemia, con un nobile manifesto. «Quando voi vedrete – dice questo – sventolare la candida bandiera con la Croce rossa, ricordatevi che quei colori sfolgoravano al sole della vittoria sui campi di Legnano, là dove il valore italiano, e specialmente dei milanesi, seppe piegare e sconfiggere l’oltracotanza dello straniero. Da quel dì risorse a vita nuova la bella e cara città lombarda; da quel dì crebbe nella prosperità e nella potenza la nobilissima regina della valle padana, che nell’ora della sventura vi ha soccorso con regale generosità, ed ora vi conforta permettendovi di adottare nella bandiera i suoi colori». La manifestazione di S. Eufemia d’Aspromonte, alla cui resurrezione lavora il Comitato milanese di soccorso, non poteva essere più nobile e commovente.
La notizia non è nuova, io stesso l’ho riportata in diversi miei libri. Tuttavia, nel tempo la bandiera è scomparsa da un punto di vista “istituzionale”. Lo Statuto comunale attualmente in vigore, approvato nel 2000 e successivamente modificato un paio di volte, all’articolo 6 menziona soltanto lo stemma e il gonfalone, che sono “quelli descritti dal Decreto del Presidente della Repubblica del 16 gennaio 1995”. E cioè: STEMMA: di rosso, alla Santa Eufemia, in maestà, leggermente volta a destra, con il viso, le mani, i piedi di carnagione, aureolata d’oro, capelluta dello stesso, vestita con la lunga tunica d’argento, le spalle coperte dal manto d’azzurro, ricadente sul fianco sinistro, la Santa impugnante con la mano destra la palma del martirio, di verde, posta in palo. Ornamenti esteriori da Comune. GONFALONE: drappo partito di bianco e di azzurro riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in argento, recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo ed i cordoni saranno argentati. L’asta verticale sarà ricoperta di velluto dei colori del drappo, alternati, con bullette argentate poste a spirale, Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.
Non conosco il motivo per cui, a differenza di tanti altri, lo Statuto comunale di Sant’Eufemia non conferisce nobiltà istituzionale alla propria bandiera. Ritengo però che spesso la forma è sostanza e che, pertanto, gli atti ufficiali possono contribuire al rafforzamento della memoria storica di una comunità. Si può rimediare e mi auguro che il sindaco Pietro Violi, al quale va il mio ringraziamento per avermi messo in contatto con Alberto Minissi (colui che mi ha fatto pervenire gli articoli del Corriere della Sera), si faccia promotore dell’iniziativa istituzionale necessaria.
Al netto della gioia per chi è stato restituito ai propri affetti e con la certezza che altre posizioni verranno chiarite nei successivi gradi di giudizio, un dato va sottolineato, urlato direi: l’amministrazione comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte non era in mano a nessuna presunta cosca. Le figure “infiltrate” nel comune, secondo la tesi accusatoria erano cinque: Domenico Creazzo, sindaco – assolto perché il fatto non sussiste; Cosimo Idà, vicesindaco – assolto perché il fatto non sussiste (scambio di persona); Angelo Alati, presidente del consiglio comunale – assolto perché il fatto non sussiste (scambio di persona); Domenico Forgione, consigliere comunale di minoranza – archiviato al termine dell’udienza preliminare (scambio di persona); Domenico Luppino, responsabile dell’ufficio tecnico – assolto perché il fatto non sussiste. Il Tribunale di Palmi ha restituito l’onore al comune inteso come istituzione. Di questo va dato atto e per questo, come comunità, dobbiamo essere contenti e fieri. Il vestito che ci era stato cucito addosso non era della nostra misura. A farne le spese per quasi tre anni, ovviamente, è stata la comunità eufemiese. Che per questo non verrà mai risarcita. Io mi auguro che questo caso eclatante dell’ingiustizia delle misure di prevenzione antimafia possa essere di aiuto per la revisione di una legge, quella sullo scioglimento dei comuni, che è semplicemente barbara e ingiusta. Fino ad ora non ne potevamo nemmeno accennare, perché si sa come funziona in questi casi: non se ne deve parlare, bisogna aspettare che la giustizia faccia il suo corso… insomma, si va avanti per frasi fatte, anche quando, soprattutto in piccoli centri come il nostro, chi ci vive conosce la verità dei fatti al di là di ciò che si legge nelle ordinanze di custodia cautelare, si scrive sui giornali, si pontifica nelle televisioni. Io stesso, nelle interviste rilasciate dopo la mia archiviazione, un anno e mezzo fa avevo dichiarato che il comune era stato sciolto sulla base di tre scambi di persona: quella parte di intervista non è mai andata in onda. Tuttavia comprendo la cautela dei giornalisti. Occorre trovare un modo per fare sentire il grido di dolore di un Sud che ha sì i suoi problemi, ma subisce una criminalizzazione quotidiana e indistinta. Serve una classe politica con le palle, che faccia il bene del proprio territorio, che sappia amarlo e difenderlo, senza retorica e concretamente, pronta a pagare per questo anche un prezzo molto alto.
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