Il Righi e la scuola di oggi tra incudine e martello

Sulla vicenda del liceo Righi di Roma la penso come Dacia Maraini: ogni luogo ha la sua sacralità e a scuola si dovrebbe mantenere un minimo di decoro. Non stiamo parlando del burqa, ma sarebbe ora di finirla con questo finto progressismo che sta creando disastri educativi irreparabili. Ovvio che se una ragazza o un ragazzo entrano in un’aula scolastica come al lido della spiaggia, il problema è a monte, nelle famiglie. La scuola cosa può fare, se poi si trova contro genitori e informazione che fanno passare il messaggio che ordine e disciplina sono il medioevo? A questo aggiungiamoci i disastri di Tik Tok e social vari, utilizzati in maniera impropria: ad esempio, per riprendersi mentre si balla sui banchi della scuola.
Risulta sempre più complicato esercitare con serenità il ruolo di docenti, per il semplice motivo che ormai nessuno riconosce alla categoria alcuna autorità, né sul piano educativo, né su quello prettamente didattico. Tutti ne sanno più di loro e guai a pensare di svolgere la propria funzione senza passare dalle forche caudine delle feroci chat di gruppo dei genitori. Gli insegnanti sottopagati e bullizzati quotidianamente sono le principali vittime di questo sistema. D’altronde, ormai si mette becco anche sui voti. L‘istruzione garantita per tutti non dovrebbe essere sinonimo di “tutti promossi”: e con il massimo dei voti! Se la scuola non è meritocratica e selettiva, ha fallito. Oggi non lo è: per cui assistiamo al paradosso, certificato, di giovani laureati che non riescono a scrivere in italiano corretto e che hanno difficoltà con la comprensione del testo.
In altri tempi nessuno si sarebbe sognato di sollevare l’opinione pubblica contro l’insegnante del Righi, nonostante il pesante rimprovero rivolto all’alunna, ammesso dalla stessa docente. La questione sarebbe stata risolta tra scuola, famiglia e studenti senza diventare titolo di apertura dei TG nazionali.
Pesante rimprovero, sì. Basta pure con il terrorismo mediatico per cui ogni apprezzamento o rimprovero è sessista o razzista. L’ipocrisia del politically correct è uno dei mali più dannosi della decadente fase storica che stiamo attraversando.

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Le palline di carta

Dei miei anni alle scuole elementari ricordo con tenerezza una circostanza che si ripeteva ogni mattina. La classe disposta su due file all’ingresso, i bambini in coppia pronti a recarsi in aula. Se chiudo gli occhi sento ancora la mano calda e sudata di Nino, con il suo caschetto biondo, il grembiulino e il fiocco a pois blu. Quel tenersi stretti per mano faceva parte della complessa crescita di due bambini che si affacciavano alla vita.
La scuola non è soltanto didattica, lo sappiamo tutti che è molto altro. Facevo questa riflessione stamattina, quando per pochi minuti mi sono ritrovato a sbirciare mio nipote, che frequenta la terza elementare, impegnato nelle sue lezioni al computer. Ho provato ammirazione per la fatica che costa agli insegnanti e agli alunni.
Non è facile controllare una classe da dietro un monitor, tenere alta la concentrazione dei bambini, non farsi prendere dallo sconforto e continuare, nonostante tutto, nella magnifica missione educativa e formativa di generazioni che dovranno affrontare un mondo oggi rarefatto, avvolto dall’angoscia e dal mistero.
Ho provato malinconia per mio nipote e per tutti gli altri bambini che immagino seduti al tavolino, da soli. Per loro, che stanno crescendo senza avere contatti fuori dalle mura domestiche e che hanno poche occasioni di interazione: e che si vedono così precluso un aspetto importantissimo di crescita individuale. Perché gli altri ci sono, esistono e da grandi – in qualche modo – bisognerà farci i conti.
Chissà quanto durerà questo vivere a metà: senza potersi lanciare una pallina di carta da un banco all’altro, senza poter condividere con il compagno la merenda, senza poterci litigare. Senza crescere esercitando nella vita di tutti i giorni la dimensione interpersonale. Di meno alle elementari, di più alle superiori, a quanto pare. Bambini e adolescenti sono le “vittime” silenziose della pandemia e, più o meno consciamente, lo sanno anche loro. Infatti preferirebbero le lezioni in presenza.
Ma le polemiche sulla scuola appaiono antipatiche, irrispettose e surreali. Inoltre, non aiutano: mentre ci sarebbe un grande bisogno di aiuto, di collaborazione e di responsabilità tra istituzioni, scuole e genitori per limitare al massimo i danni di un’attività che – oggettivamente – si scontra con mille difficoltà. Meglio non caricarci sopra anche le ubbie di un mondo ideale lontanissimo dalla realtà. Nella speranza di vedere nuovamente volare, presto, le palline di carta appallottolata.

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Mariella, la nostra piccola grande artista

Si è svolta stamattina a Palazzo Campanella la premiazione della XIII borsa di studio “Logoteta”, concorso organizzato dall’omonima associazione culturale e riservato agli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di II grado della provincia di Reggio Calabria. Due le sezioni del concorso: sezione letteraria (Premio “Giuseppe Logoteta”) e sezione artistica (Premio “Paolo Mallamaci”). I concorrenti hanno dovuto realizzare un’opera letteraria o artistica inerente il tema del concorso, contenuto nelle tracce affidate alle rispettive scuole di appartenenza. Sono stati premiati i primi tre classificati per ogni sezione, mentre altri riconoscimenti sono stati riservati per gli elaborati ritenuti meritevoli. Tra i premiati della sezione artistica c’è stata anche Mariella Gentiluomo, felicissima insieme alla mamma Grazia Cosoleto e ai suoi splendidi compagni di classe, ai quali era stato assegnato il tema: “musica… armonia dell’universo”.
Mariella è una ragazza davvero speciale, che da tantissimi anni fa parte della famiglia allargata dell’Agape. Tra pochi mesi sarà estate, una stagione che attendiamo con ansia noi volontari per primi, per potere godere dell’affetto che questi ragazzi riescono a donarci nelle nostre giornate al mare insieme.
Ed è stata una piacevole sorpresa vedere che nell’opera realizzata da Mariella c’è anche un po’ di Agape: la fotografia che ha voluto inserire nel suo quadro la ritrae infatti abbracciata dalla cantante Alessandra Amoroso e si riferisce alla nostra partecipazione al Giubileo degli ammalati e delle persone disabili, nel giugno del 2016.
Ancora brava a Mariella e complimenti ai docenti ed ai ragazzi del liceo scientifico “E. Fermi”.

*Un ringraziamento particolare alla mamma di Mariella, che mi ha autorizzato a pubblicare le fotografie della premiazione.

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L’Alfiere della Repubblica Roman Moryak: la premiazione

Si è svolta ieri al Palazzo del Quirinale la cerimonia di consegna degli Attestati d’Onore ai 29 nuovi Alfieri della Repubblica, giovani nati tra il 1999 e il 2008 “che si sono distinti per la loro testimonianza, il loro impegno, le loro azioni coraggiose e solidali” e che rappresentano modelli positivi di cittadinanza, “esempi dei molti ragazzi meritevoli presenti nel nostro Paese”.
Tra i premiati anche Roman Moryak (14 anni il 30 maggio), nato a Reggio Calabria da genitori ucraini che risiedono da circa 15 anni a Sant’Eufemia d’Aspromonte, con la seguente motivazione: «Si è distinto per la passione e l’impegno dimostrati prima nello studio del sassofono, poi nell’attività di calciatore, e quindi in quella di scacchista. Nei tornei di scacchi il suo valore è molto apprezzato e già diversi trofei sono entrati nella sua personale bacheca, oltre a piazzamenti importanti a livello regionale e nazionale. Essendo figlio di immigrati ucraini, nella sua comunità è divenuto un simbolo positivo di integrazione».
Si tratta di un riconoscimento del quale andare fieri come comunità eufemiese per il suo alto valore simbolico, in un momento storico particolarmente difficile per le tematiche legate al concetto di integrazione.
Nel suo intervento il Presidente della Repubblica Mattarella, riferendosi allo stupore dei giovani premiati in virtù di comportamenti da essi stessi considerati “normali”, ha sottolineato l’importanza di “far vedere che questa è la normalità della vita, che aiutare gli altri, aiutare chi è in difficoltà, rende la vita migliore, fa vivere meglio se stessi e la comunità in cui si è inseriti”: «Ed è quel che avete fatto, in tanti modi diversi, ciascuno con un’iniziativa particolare, dimostrando che ogni persona è irripetibile, ma che tutte queste risorse individuali confluiscono nella vita comune, nella convivenza. Non siete i soli a fare cose così belle da sottolineare; tanti altri ragazzi come voi hanno fatto cose analoghe. Voi li rappresentate tutti, perché il nostro Paese è pieno di ragazzi che hanno la vostra stessa sensibilità. È importante però farla conoscere, far capire che questa è la regola della vita, la normalità, che dovrebbe essere sempre praticata da tutti».
«Vi ringrazio molto – ha concluso il capo dello Stato – perché avete dimostrato che questa è la vita del nostro Paese e che la solidarietà è l’impalcatura della convivenza. Nulla regge senza impalcatura. La nostra società, il nostro vivere insieme non starebbe in piedi senza la solidarietà. Voi l’avete praticata e dimostrata».
Complimenti a Roman e auguri anche ai genitori, Igor e Ivana.

*La fotografia e il video della consegna degli attestati sono condivisi dal sito istituzionale della Presidenza della Repubblica (www.quirinale.it)

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Torneo del paesaggio FAI: gli investigatori del paesaggio del liceo “Fermi” accedono alla fase finale

Sono ben sei le squadre provenienti dal liceo scientifico “Fermi” di Sant’Eufemia che accedono alla fase finale del “Torneo del paesaggio 2018-2019”, concorso per la scuola secondaria di secondo grado organizzato dal settore scuola educazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano), con il sostegno dell’azienda Ferrero: una gara di cultura e ricerca sul paesaggio italiano che ha come finalità quella di “avvicinare i giovani alle tematiche del paesaggio italiano, stimolando il senso di responsabilità nei confronti del patrimonio culturale e ambientale”. Uno strumento di sensibilizzazione affinché le nuove generazioni “possano acquistare consapevolezza del valore delle risorse idriche, sia per la terra che per l’uomo”, che si inserisce nella campagna del Fai #salvalacqua” per la diffusione tra i cittadini della consapevolezza del valore dell’acqua quale elemento indispensabile per la vita.
Si è conclusa nei giorni scorsi la prima fase del torneo, al quale hanno partecipato 2.000 squadre in tutta Italia e che ha decretato le 250 finaliste. Proprio al liceo di Sant’Eufemia va la palma di istituto con il maggior numero di finaliste: due squadre della I F (scientifico), due della IV F (scientifico), due della I G (scienze umane).
I giovani “investigatori del paesaggio”, coadiuvati dalle professoresse Carmela Cutrì e Maria Rosaria Scopelliti, entrambe docenti di lettere e referenti del progetto, hanno dovuto scegliere un bene naturale legato all’acqua o frutto dell’opera dell’uomo particolarmente significativo del proprio territorio (per la sua storia e per le sue caratteristiche), per poi scattare con uno smartphone una fotografia capace di “raccontare le peculiarità del bene in rapporto col paesaggio”. Una volta individuato il bene d’acqua da fotografare, ogni squadra ha raccolto informazioni sugli aspetti storici, naturalistici, culturali, artistici e sociali, mediante ricerche bibliografiche e interviste agli abitanti del luogo. Un’attività utile per descrivere il bene (caratteristiche geomorfologiche, ambientali, floro-faunistiche, storiche, artistiche, culturali), inserirlo nel contesto paesaggistico (ambiente geografico, sociale, culturale), rilevarne lo stato di conservazione (ben conservato, degradato, completamente abbandonato, a rischio inquinamento) e per metterne in evidenza il rapporto con la comunità (relazione tra il luogo e i cittadini, sia al giorno d’oggi che in passato, eventuali vincoli o misure di tutela imposte dalle istituzioni).
Di seguito, le sei fotografie ammesse dalla giuria degli esperti alla fase finale del concorso.

Antica fontana “Del Casino”, in località Meladoro, nei pressi di “San Bartolo”: in quest’area sorse in epoca basiliana l’insediamento abitativo dal quale, successivamente, si sviluppò Sant’Eufemia d’Aspromonte.

“Gebbia”: vasca che raccoglieva l’acqua piovana da utilizzare per l’irrigazione delle terre e che fungeva inoltre da abbeveratoio per gli animali da soma utilizzati nei lavori dei campi e per le greggi.

Ruscello con rami: “Numerose sono le leggende del nostro territorio legate ai corsi d’acqua che hanno come protagonisti oscure creature e misteriosi mostri. I ruscelli, nel loro impetuoso fluire, formano gorghi che trascinano ogni cosa nel movimento tumultuoso dei flutti, nella voragine dei mulinelli”.

La “lamia”: torrente Marino nel tratto in cui si immette sotto il Museo della civiltà contadina per poi scorrere sotto piazza don Minzoni. “Lamia” rievoca il mito greco della mostruosa creatura marina “che travolge con le sue acque e ingoia chiunque cada nel suo inganno”.

Fontana del complesso monumentale di San Giovanni di Dio (Sinopoli). Un “luogo fatato, simbolo della resistenza alle intemperie e alle calamità naturali”, finalmente riscattato dall’incuria e dal degrado che avevano trasformato un’opera d’arte in una stalla.

Fontana Nucarabella, utilizzata dalla popolazione eufemiese per l’approvvigionamento di acqua e, nelle vasche retrostanti, come pubblico lavatoio.

Per partecipare alla fase nazionale che deciderà i sei vincitori del concorso, i finalisti dovranno presentare entro il 13 marzo un progetto (power point, video) finalizzato al coinvolgimento delle comunità locali affinché prendano coscienza del valore del bene d’acqua fotografato nella prima fase.

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Un Paese senza memoria

Dopo avere tagliato le ore di storia nei nuovi istituti professionali, al Miur hanno anche provveduto ad eliminare la traccia storica dalla prova scritta di italiano negli esami di maturità. La ragione pare risieda nella constatazione che la traccia di argomento storico è la meno preferita dagli studenti: solo il 3% dei maturandi dal 2008 al 2017 (fonte: Skuola.net). C’è da considerare che in questi anni la traccia storica ha in genere affrontato argomenti della seconda metà del Novecento e che in molte scuole con il programma non sempre “si arriva” agli anni del secondo dopoguerra. Evidentemente i tecnici del ministero hanno pensato di risolvere il problema alla radice: una soluzione più comoda di un’eventuale riorganizzazione dell’insegnamento della disciplina.
Personalmente mi rifiuto di accettare la logica, mutuata dalla società dei consumi, per cui il prodotto che non si vende va ritirato dal mercato. Altrimenti, di questo passo, si potrebbe immaginare nel futuro l’introduzione di una prova di “chat”, con ortografia, grammatica e sintassi tipiche della messaggeria istantanea, con tanto di utilizzo di faccine appropriate.
Due grandi intellettuali del Novecento, agli antipodi per formazione culturale e politica, hanno sottolineato l’idiosincrasia della società italiana nei confronti della storia. Pier Paolo Pasolini con rabbia, anche con rassegnazione: «Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale».
Caustico e ironico, invece, Indro Montanelli: «Questo è un Paese senza memoria, dove l’unica cosa da fare è cercare di non morire perché chi muore (fatte salve la solita mezza dozzina di sacre mummie: Dante Petrarca, eccetera, che nessuno legge) è morto per sempre. È un Paese senza passato, il nostro, che non accumula né ricorda nulla. Ogni generazione non solo seppellisce quella precedente, ma la cancella».

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Il segnalibro

Mi prendo la libertà di darti del tu, anche se mi viene da sorridere: è proprio vero che la rete ci rende tutti più disinibiti, sfacciati se si vuole. Il prossimo sei novembre saranno sei anni senza di te. Sei lunghissimi anni, sei brevissimi anni.
Mi piace questa fotografia che ci ritrae nell’estate del 2009, alla presentazione del mio libro sulla storia politica e amministrativa di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Era la “tua” Sant’Eufemia, io uno dei tuoi tanti ragazzi. Uomini e donne ormai, che ti fanno vivere nei ricordi scambiati ogni volta che il discorso cade su di te, il professore Rosario Monterosso. Un miracolo che ci fa sentire tutti compagni di banco, in barba alle rispettive appartenenze generazionali. Vento in faccia che non sferza, profumo di prati e di speranza: i nostri vent’anni. Ma forse sto divagando.
Mi piace questa immagine scolpita nel tempo, per sempre: tu guardi qualcosa, cerco di arrivarci pure io. Come nell’aula, incantato dalle tue spiegazioni. Tutt’orecchi. Rivedo il ragazzo che è cresciuto inseguendo il tuo sguardo, per capire dove si sarebbe posato, per cercare di vedere con i tuoi occhi.
La dea della memoria è figlia del cielo e della terra. Le vette del pensiero e la materialità dei bisogni degli uomini nei due luoghi che hai frequentato per tutta la vita, dove ci hai accompagnato tenendoci per mano. Divago ancora.
Ora è diverso. Cerco i sassolini che hai fatto cadere dalle tue tasche per trovare la strada, come nella fiaba. Tento di saltare dentro le tue grandi orme, un passo dietro l’altro, provo a seguirle nel bosco per riuscire ad uscirne. Chissà.
Ti vedo sui tuoi libri, che oggi continuano a vivere nella mia libreria e che spero un giorno possano continuare a respirare altrove, ancora. Sei nel tuo studio, dietro c’è il tuo amato orto. L’orto del professore contadino: il pomodoro da legare, le erbacce da pulire. Nella curva che ancora oggi mi fa rallentare per vedere se sei là, come un tempo.
Tra le parole lette e meditate nel tuo paradiso borgesiano c’è la tua firma: un’annotazione a margine, una sottolineatura, un segnalibro. Come la striscetta di cartone trovata nei racconti di Mario Rigoni Stern (Tra due guerre e altre storie), che conforta una mia antica consuetudine e che là resterà, dove l’hai messa tu:

Ora siamo sazi, abbiamo le nostre case, anche le nostre ferie, eppure mi pare manchi qualcosa. Così in questi giorni sono andato al cimitero. È un posto davvero tranquillo e sereno; senza chiasso. Si sentono il canto degli uccelli e il ronzio delle api. È lì che ritrovo la mia Antologia di Spoon River, dove «tutti, tutti dormono, dormono; dormono sulla collina». È lì che ritrovo parenti stretti, prossimi e lontani, gli amici, le amiche, le storie di tanta gente che ho conosciuto, storie buone e non buone. Non è che pianga o sospiri; a volte mi viene anche da ridere. Rivedo in quei nomi, in quelle date tanto della mia vita, della vita del paese, la storia grande e quella piccola. Avevano ragione i greci quando dicevano che le muse sono le figlie della Memoria.

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I miei maestri

Mi è stato chiesto di presentare una serata molto particolare, organizzata dal gruppo di Sant’Eufemia “Insieme per crescere” e dedicata agli insegnanti del nostro paese. La manifestazione, che si svolgerà domenica 17 dicembre presso la sala ricevimenti “Cagnolino”, a partire dalle ore 18.00, vuole essere un riconoscimento all’importanza del lavoro svolto dal “maestro”, al suo valore umano e professionale.
Ho frequentato la scuola elementare, la media e il liceo nel mio paese, sono orgoglioso di essere cresciuto tra quei banchi. Ho ricevuto molto, lì ho appreso molte delle lezioni che fanno di me l’uomo che sono oggi. Ed è accaduto perché in queste scuole ho avuto la fortuna di trovare insegnanti che avevano molto da dire non solo come docenti ma anche come cittadini ed esempi da imitare.
La signora Rina De Leo mi ha insegnato a leggere speditamente, a non sbagliare le “e” con l’accento e le “a” con l’acca, ma soprattutto mi ha insegnato cosa vuol dire “rispetto dei ruoli”. È una lezione che da allora non ho dimenticato. Si dirà che i tempi sono cambiati: ora gli alunni si rivolgono ai propri insegnanti dandogli del “tu”, una cosa impensabile quando frequentavo io la scuola elementare. I tempi sono cambiati, d’accordo. Ma a me pare che il riconoscimento di quell’autorevolezza non esista più e non è un bene, né per le istituzioni scolastiche, né per gli adulti di domani.
Nei piccoli paesi esistevano autorità riconosciute, oltre a quelle istituzionali del sindaco, del parroco e del brigadiere: l’insegnante, il farmacista, il medico. Non è più così: oggi tutti sono insegnanti anche se non hanno mai letto un libro di pedagogia, sanno cosa un docente deve insegnare e come si deve comportare con i ragazzi. Tutti si collegano a Internet e sanno da quale malattia sono afflitti, di quale terapia hanno bisogno, addirittura se i vaccini vanno fatti o meno.
Me la ripeto spesso quella lezione sul rispetto dei ruoli e cerco di applicarla nella vita di tutti i giorni, perché senza questa consapevolezza la società perde punti di riferimento fondamentali, si perde essa stessa nella confusione tra diritti, doveri e responsabilità. Non ho mai preso uno schiaffo dai miei insegnanti, ma me la facevo addosso solo al pensiero di un rimprovero, terrorizzato dall’eventualità che i miei genitori potessero essere convocati a scuola perché sapevo che, in quel caso, avrei fatto fare alla mia famiglia una cattiva figura.
Il professore Aldo Coloprisco mi ha insegnato che non basta sapere le date storiche più importanti o la biografia personale e professionale degli autori più famosi. Con il suo teatro mi ha insegnato ad essere un cittadino della comunità in cui vivo, perché ognuno di noi, con i propri talenti, ha il dovere di impegnarsi per rendere più bello il posto in cui vive. Il teatro del professore Coloprisco serviva a responsabilizzare i ragazzi, che assumevano un impegno che poi doveva essere portato a compimento. Serviva a farci capire che questo posto è nostro e che buon cittadino è colui che si spende per dare un contributo alla sua crescita facendo aggregazione, coinvolgendo nei processi di integrazione soprattutto coloro che in genere ne vengono esclusi. Anche questa è una lezione che custodisco nel profondo e che cerco di applicare alle cose che faccio nel mio piccolo, nelle associazioni o soltanto scrivendo della storia del paese.
Il professore Rosario Monterosso mi ha insegnato ad amare la storia. Devo a lui i libri che ho scritto. Era un hombre vertical, un uomo tutto d’un pezzo, dalle convinzioni solide e non barattabili. Un uomo che mi ha insegnato a guardare la vita e le persone con occhio da indagatore, che non deve mai fermarsi alle apparenze, che – di fronte a una “verità” – deve cercare sempre di comprendere le ragioni di chi quella verità cerca di confutare. Magari mantenendo le proprie idee, ma sempre rispettando quelle degli altri. Se si hanno delle idee e dei valori ai quali non si è disposti a rinunciare, si sarà sempre se stessi. Non esiste cosa più degna del non dovere mai fingere di essere altro dalla propria natura e dai propri convincimenti. Stare a posto con la propria coscienza, essere coerenti con i propri ideali e leali con il prossimo. Dare l’esempio della possibilità di una strada diversa, perché la vera sconfitta nella vita è rassegnarsi e subire passivamente ciò che accade intorno a noi.
Questi sono stati i miei maestri, in ordine rigorosamente cronologico. Come loro, molti altri hanno allevato generazioni di eufemiesi e a tutti loro dobbiamo essere grati.

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Viva il liceo “Enrico Fermi”

Non mi sento un diplomato di serie B, ora che la Fondazione Agnelli ha collocato il liceo “Enrico Fermi” di Bagnara-Sant’Eufemia all’ultimo posto tra i licei scientifici della provincia di Reggio Calabria, in una graduatoria stilata sulla base del rendimento universitario degli studenti provenienti dagli istituti superiori selezionati. Soprattutto, cosa ben più importante, non mi sento un cittadino di serie B.
Dal liceo, negli ultimi quattro decenni, hanno spiccato il volo avvocati, medici, ingegneri, architetti, biologi, docenti che hanno fatto e fanno la fortuna delle realtà in cui vivono e operano. Le sue aule sono state palestra di formazione per professionisti eccellenti; ma, in un campo più largo, hanno fornito a chi le ha frequentate gli strumenti indispensabili per decodificare e interagire con il mondo, insegnamenti che vanno al di là del contenuto dei libri di testo. Il liceo “Fermi”, per Sant’Eufemia, è stato ed è una benedizione di Dio: un presidio culturale dall’impatto decisivo nel contesto locale. Per questo motivo, le graduatorie e le statistiche vanno maneggiate con cura. Le fredde cifre non tengono conto dell’aspetto più nobile nell’operato di una scuola, vale a dire la sua incidenza nel tessuto sociale.
La scuola non può essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati: don Milani aveva pienamente ragione. Quindi, i dati vanno analizzati con il sentimento della visione, con la serietà della critica che non nasconde i problemi ma ci si scontra quotidianamente per tentare di risolverli. Il liceo “Fermi” ha allevato professionisti, donne e uomini impegnati nelle associazioni e nella politica, gente che si sporca le mani nella trincea quotidiana della lotta per fare della nostra realtà un mondo migliore, sulla scorta di lezioni di vita che una classe docente sempre all’altezza cerca di trasmettere ai propri studenti. Perché, se la scuola si riduce a deposito di nozioni che passano dai contenitori più grandi a quelli più piccoli, ha fallito la propria missione.
La domanda alla quale statistiche del genere non forniscono risposta è quanto la formazione degli studenti nelle scuole e nelle università del Mezzogiorno contribuisca, paradossalmente, a scavare un solco sempre più profondo tra Nord e Sud. Il problema principale rimane sempre quello dell’irrisolta questione meridionale, che nel passato provocava dal Sud un’emorragia di braccia da lavoro e che oggi assume anche i caratteri dell’emigrazione intellettuale. Il problema è quanto si arricchiscano le regioni settentrionali grazie alla professionalità di giovani meridionali e quanto, di contro, si impoverisca il Sud per l’esodo del proprio straordinario patrimonio di intelligenze ed energie. Ma prima che lavoratori, numeri da incasellare sotto le colonne dei dati sull’occupazione dopo la conclusione del percorso di studi e l’ingresso nel mondo del lavoro, siamo cittadini che vivono di sentimenti e di valori.
No: non mi sento né diplomato, né cittadino di serie B.
Il professore Francesco Idotta, docente di storia e filosofia nella sezione eufemiese del “Fermi”, ha commentato con sintesi efficace: «Le classifiche hanno un senso per chi aspira ad essere il migliore, ma noi aspiriamo ad essere migliori». Parole essenziali per dire tutto quello che c’è da dire.

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La classe mista di via Regina Margherita, anno scolastico 1952-53

Quando ancora non era stato costruito l’edificio dell’attuale Scuola elementare “Don Bosco” (1957), le varie classi venivano ospitate in differenti case private o baracche edificate dopo il terremoto del 1908. In una di queste abitazioni, che si trovava in via Regina Margherita, mio zio Carmelo e mio cugino Gaetano frequentarono la prima classe “mista”, nel primo giorno di scuola accompagnati per mano – come ama ricordare Gaetano – da mia nonna Ciccia.
La maestra che impartì ai due bambini i primi insegnamenti si chiamava Calogera Sciacca. Le lezioni vertevano sulle seguenti discipline: religione; educazione morale, civile e fisica (che comprendeva anche la condotta); lingua italiana; aritmetica e geometria; disegno e bella scrittura. A partire dalla terza classe, a queste andavano aggiunte altre materie: lavoro; storia e geografia; scienze e igiene; canto.
Nella fotografia scattata poco prima delle vacanze di Natale, da destra verso sinistra – in posa davanti alla maestra Sciacca – sono riuscito a identificare i primi quattro alunni: Antonino Luppino, Graziella Ortuso, Carmelo Pentimalli, Gaetano Comandè. L’alunna alla sinistra della maestra è Maria Monterosso; quella accanto all’albero di Natale è invece Annunziata Surace.

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