
Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.
