Il colore della felicità

Il tifoso non è scaramantico. Semplicemente, “sa” che non bisogna turbare l’ordine naturale dell’Universo. Se lascia la macchina parcheggiata sempre nello stesso posto quando va a vedere la partita a casa dell’amico (e c’è un motivo se la guardano sempre assieme, con la stessa disposizione sul divano e il solito caffè tra primo e secondo tempo) e la volta che non lo fa la squadra perde, beh, vuol dire che ha provocato un’alterazione nel normale divenire della Storia. È così naturale come ragionamento!
Per chi tifa Inter la coppa dalle grandi orecchie era soltanto un ricordo sempre più sbiadito, qualche fotogramma traballante, la foto di un Mazzola giovanissimo e la cantilena che tutti coloro che sono stati iniziati alla fede nerazzurra conoscono: Sarti, Burnich, Facchetti… L’epopea di “seconda mano” della Grande Inter, tramandata da genitori che hanno avuto la fortuna di esserci in quelle stagioni memorabili.
Per noi, figli di un dio minore, invece, la fedeltà alla bandiera sembrava un esercizio di autolesionismo, delusione dopo delusione, quasi una nemesi storica. In campionato, a parte la cavalcata trionfale dell’Inter dei record del Trap, solo amarezze fino a cinque anni fa.
Ci canzonavano col coro “non vincete mai”, irridendo le campagne acquisti sontuose di Moratti che non portavano a nulla, soltanto giocatori di cui neanche ricordiamo il volto (l’elenco sarebbe infinito: Gilberto, Caio, Rambert, Vampeta, Fadiga… e continuate voi…). Poi abbiamo scoperto il motivo per cui eravamo predestinati alla sconfitta.
In campo internazionale, un disastro. Lacrime su lacrime. Come quelle, vere, che sento ancora scendere caldissime sulle guance del bambino che fui, dopo due “remuntade” subite proprio al Bernabeu dal Real di Butragueno e Hugo Sanchez. La prima, 3-0 dopo il 2-0 per l’Inter a San Siro, nella notte della biglia a Bergomi. La seconda, un 3-1 ribaltato 5-1 ai supplementari, un’agonia vissuta attaccato alla radiolina.
Quando si raggiunge la vetta, non bisogna dimenticare da dove si è partiti, né la fatica che è costata. Ha fatto bene capitan Zanetti a ricordarlo, ora che l’Universo si è colorato di nerazzurro.

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