Ho scelto la vita

“Ho scelto la vita” è il titolo dell’ultima testimonianza pubblica sulla Shoah
della senatrice Liliana Segre, condivisa il 9 ottobre 2020 nel borgo di Rondine
(Arezzo). Una scelta che le consentì di sopravvivere all’orrore di Auschwitz e di trasformare la marcia della morte in
marcia della vita: camminando “una gamba davanti all’altra, con i piedi
piagati, mentre chi cadeva veniva finito con una fucilata in testa”; brucando nei
letamai alla ricerca di qualcosa da mangiare; cibandosi con la carne cruda di
un cavallo morto, strappata con le unghie e con i denti; succhiando foglie. 

Come fu possibile tutto questo? Liliana Segre lo spiega con una sola parola:
indifferenza. Dodici lettere che lei stessa ha fatto incidere a caratteri
cubitali all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano, realizzato nel
binario 21 della Stazione Centrale, da dove partivano i carri bestiame pieni di
ebrei destinati ai campi di concentramento: «Se pensi che una cosa non ti
riguardi e ti volti dall’altra parte, è lì che inizia l’orrore».

Furono in tanti, in Italia, a girarsi dall’altra parte. Ed è comodo, per la coscienza
collettiva della nazione, attribuirne la responsabilità in via esclusiva al
fascismo e non, piuttosto, ad un humus culturale razzista, presente nella
società italiana e capace di produrre frutti velenosi ancora oggi. Il “Manifesto
degli scienziati razzisti”, la “Dichiarazione sulla razza” del Gran consiglio
del fascismo (“È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”),

l’esclusione
degli ebrei dalle scuole pubbliche e dallo svolgimento di determinate
professioni (pubblica amministrazione, banche, assicurazioni, notariato,
giornalismo), la negazione dei diritti politici e civili, il divieto di
matrimonio tra cittadini italiani di razza diversa furono atti e provvedimenti
che ebbero largo consenso, così come lo stesso regime fascista fino al 10
giugno 1940. Erano italiani coloro che segnalavano alle autorità, per pochi
soldi, il vicino di casa ebreo. Non dimentichiamolo.

«La memoria – scrive Ferruccio De Bortoli nella prefazione al libro – è un vaccino
prezioso. Ci aiuta a combattere con intelligenza e moderazione i miasmi del
totalitarismo che una società conserva, nonostante tutto, nel suo inconscio,
nel retrobottega della sua storia collettiva, familiare, personale».

Auschwitz – scrisse Primo Levi – è “la mancanza di parole per esprimere questa offesa, la
demolizione di un uomo”. Ed è il ricordo di Liliana, ragazzina tredicenne alla
quale viene semplicemente detto di dimenticare il proprio nome, perché da quel
momento sarebbe stata soltanto un numerino tatuato sul braccio. Nell’istante in
cui si diventa una cifra riportata sopra un registro dell’ufficio matricola inizia,
sempre, l’opera sistematica di annullamento della dignità dell’uomo.  

Per Liliana Segre, scegliere la vita significò allora «sognare di essere fuori di
lì, il rumore di un bambino che gioca, un gattino, un prato verde, una
qualsiasi cosa bella». Scegliere la vita, oggi, significa fare opera di memoria
ed assumere collettivamente la funzione delle pietre d’inciampo che in molte
città europee ricordano le vittime del nazismo.

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16 ottobre 1943

Venti minuti di tempo, mentre fuori rombano le camionette naziste. Milleduecento maledetti secondi per chiudere in una valigetta effetti personali e biancheria, bicchieri, denaro e gioielli, viveri per otto giorni, tessere annonarie e carte d’identità. Per vedersi passare davanti agli occhi la propria vita, per sentire sotto le narici il terrore del futuro. Per non fare piangere i bambini e per organizzare il trasporto degli infermi: “anche casi gravissimi non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova sul campo”, la menzogna atroce e vigliacca.
Il 16 ottobre 1943 viene ricordato come il “sabato nero”: alle prime ore del mattino inizia il rastrellamento degli ebrei di Roma, la maggior parte residente nel quartiere ebraico. Dei 1024 stipati in 18 vagoni piombati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz faranno ritorno a casa soltanto 15 uomini e una donna. Tutti gli altri, compresi 207 bambini, verranno “passati per il camino” e, da allora, “sono nel vento”.
Alla vicenda del rastrellamento del ghetto ebraico, raccontata da Giacomo Debenedetti nel suo “16 ottobre 1943”, l’anno scorso Alberto Angela dedicò una toccante puntata del suo programma “Ulisse: il piacere della scoperta”, dal titolo “Viaggio senza ritorno”.
«C’è sempre il rischio che i volti bui della Storia riappaiano» – mise in guardia Angela in quella circostanza. «Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa, andando per via,/ coricandovi, alzandovi;/ ripetetele ai vostri figli./ O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi» – l’anatema di Primo Levi.
È stato, e non per caso, anche in Italia. Nella patria del diritto. Perché si fa presto a dire “italiani brava gente”. Come se i cattivi siano stati gli altri e noi, in fondo, non avessimo niente da spartire con gli orrori di una guerra alla quale il 10 giugno 1940 avevamo aderito con entusiasmo, osannanti sotto il balcone di Palazzo Venezia.
Italiani brava gente. Come se non avessimo già vissuto la vergogna delle leggi razziali, l’abominio fascista avallato da Vittorio Emanuele III, in una corsa folle verso l’abisso di un disonore senza fine chiamato “provvedimenti per la difesa della razza” e “manifesto della razza”. Come se il boia di via Tasso Herbert Kappler non si fosse servito degli elenchi redatti dall’italianissima polizia fascista per dare esecuzione al progetto di sterminio.
Non è esercizio inutile ricordare cosa successe il 16 ottobre 1943. Fascismo e razzismo appartengono all’album di famiglia della nostra nazione. Non capitò per caso quella tragedia, ma fu il frutto di un odio che attraversa i secoli come un fiume carsico. Quando emerge in superficie individua il “nemico” in base al colore della pelle, al credo religioso, alle inclinazioni sessuali. Ieri come oggi.
La memoria è impegno civile. Salvare le vittime dell’olocausto dall’oblio, ricorda la senatrice Liliana Segre, “non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”.

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Per non dimenticare

La forma più nobile di omaggio alle vittime di ieri è il ricordo di oggi: è questo il senso del “Giorno della memoria”, riconosciuto dalle Nazioni Unite e celebrato in Italia a partire dal 2001.
La data (27 gennaio) ricorda l’arrivo, nel 1945, delle truppe sovietiche nel campo di Auschwitz e la fine di un incubo. La commemorazione delle vittime del nazismo non deve però essere una mera ritualità: il rischio, altrimenti, è quello di provocare addirittura una sorta di assuefazione nei confronti della Shoah.
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si chiede: «Quando resteremo soli, quando anche l’ultimo testimone della Shoah non sarà in vita, saremo capaci di continuare a trasmettere la memoria della Shoah alle nuove generazioni?». Con il trascorrere degli anni inevitabilmente scompaiono, uno ad uno, i testimoni diretti di quella tragedia immane. Da qui il dovere di continuare a fare memoria, ripetendo con forza le parole di Primo Levi: «Siamo figli di quell’Europa dove è Auschwitz: siamo vissuti in quel secolo in cui la scienza è stata curvata, ed ha partorito il codice razziale e le camere a gas. Chi può dirsi sicuro di essere immune dall’infezione?».
Cos’è un lager? Se lo chiede Francesco Guccini in una canzone (“Lager”) meno famosa della citatissima “Auschwitz”, che ricorda l’orrore delle vittime gassate con il famigerato Zyklon B e “passate” per il camino dei forni crematori («Son morto con altri cento/ son morto ch’ero bambino/ passato per il camino/ e adesso sono nel vento»). La risposta del cantautore modenese interroga le nostre coscienze su quanto possa essere pericoloso pensare al lager come a un qualcosa confinato nel passato, accaduto per colpa di altri, non più riproponibile: «È una cosa come un monumento/ e il ricordo assieme agli anni è spento/ non ce n’è mai stati/ solo in quel momento:/ l’uomo in fondo è buono/ meno il nazi infame». Che un po’ richiama Hannah Arendt e la “banalità del male”: «Il male non è fuori, ma dentro ognuno di noi».
Eccolo, il rischio concreto: convincersi che quel periodo storico è ormai morto e sepolto, che tragedie simili non possano più accadere. Purtroppo non è così: nel mondo di oggi sono milioni gli uomini e le donne che subiscono soprusi e vessazioni, che pagano con la morte l’appartenenza a una razza o a una confessione religiosa.
Le politiche di sterminio nel Novecento non sono un’esclusiva nazista, anche se la pianificazione di quell’orrore è inarrivabile: il genocidio degli armeni, le vittime dei gulag sovietici e quelle di Pol Pot e dei Khmer rossi in Cambogia, la pulizia etnica nella ex-Jugoslavia e in Ruanda, i gas di Saddam Hussein contro il popolo curdo. E ancora, ai nostri giorni, la persecuzione dei Rohingya in Myanmar, degli Uiguri nella Cina comunista, dei popoli del Centroafrica in fuga da guerre e carestie. Popoli ai quali vengono sistematicamente negati i più elementari diritti umani.
Il ricordo della Shoah come antidoto contro ogni fanatismo. Studiare il passato per evitare di commettere gli stessi errori, in una fase storica caratterizzata da un drammatico disagio sociale ed economico che genera odio e intolleranza, mentre il vento del razzismo soffia forte e minaccia le ragioni stesse della civile convivenza.
La memoria come dovere morale, quel dovere morale che spinse Shlomo Venezia ad andare su e giù per le scuole di tutta Italia a raccontare l’Olocausto, l’orrore dal quale si era salvato, anche se – ripeteva – “qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto… Non si esce mai, per davvero, dal crematorio”. Shlomo Venezia, scomparso qualche anno fa, ebreo di Salonicco ma di nazionalità italiana: uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, la squadra speciale selezionata tra i deportati che faceva “funzionare” alla perfezione la macchina di sterminio nazista: erano loro ad accompagnare i prigionieri alle camere a gas, li aiutavano a svestirsi, tagliavano i capelli ai cadaveri ed estraevano dalle loro bocche i denti d’oro, infine li trasportavano nei forni. Un’organizzazione del lavoro geometrica nell’inferno che trasformò in non-uomini gli uomini.
Ricordare è necessario per smontare le fandonie scellerate dei negazionisti, ma anche per controbattere alla cinica considerazione che “una morte è una tragedia, milioni di morti sono una statistica”. Dietro a ogni numero ci sono un volto, una storia, una vita spezzata. Bambini che non hanno avuto la fortuna di giocare, di diventare adulti, di avere dei figli. Anziani ai quali non è stato concesso di morire in maniera dignitosa. Adulti che ebbero la “colpa” di credere nel Dio della Torah o di essere omosessuali, prigionieri di guerra, oppositori politici, zingari, disabili.
Se ancora c’è gente che pensa che le camere a gas siano un’invenzione, che non vi sia stata la volontà criminale e preordinata di cancellare dalla faccia della terra gli ebrei e tutte le categorie considerate inferiori vuol dire che il “Giorno della Memoria” è più che mai indispensabile per mantenere vivo il ricordo di ciò che è accaduto e per esorcizzare il male di cui l’uomo è capace.

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Memoria e buon senso

Dieci italiani per ogni tedesco rimasto ucciso nell’attentato eseguito il 23 marzo 1944 dai Gap romani contro le truppe di occupazione in transito da via Rasella. Un ordine giunto direttamente dalla Germania, che rivedeva al ribasso l’iniziale proporzione suggerita da Hitler in persona: cinquanta a uno.
Bisogna tenere a mente questo, quando si guardano le fotografie di Erich Priebke anziano. Quindi accostare le immagini dell’ex capitano delle SS a quelle dei corpi ammassati nelle Fosse Ardeatine: 335 vittime (civili, militari, detenuti comuni e partigiani, ebrei) giustiziate con un colpo di pistola alla nuca. Infine collegare fatti e responsabilità, vittime e carnefici. I martiri dell’eccidio e la pietà umana, da un lato; Herbert Kappler, Kurt Malzer, Erich Priebke, Karl Hass e il questore Pietro Caruso, dall’altra. Né vale la giustificazione “eseguivo degli ordini”, se nei settant’anni successivi all’orribile massacro non ci sono mai stati una dichiarazione di condanna o un barlume di resipiscenza.

Nessun tentennamento, quindi, nella condanna storica e morale di quanto accaduto. Ma veniamo alla cronaca di ieri. Un funerale non funerale, una salma sballottata di qua e di là, gli scontri attorno al feretro. Questa la sintesi di una pagina non esaltante, per nessuno. Per il prefetto di Roma, per l’autore della fuga di notizie, per alcune teste vuote e rasate, per chi si è prodotto nello sport italico dello sputo al cadavere, disciplina che ha una tradizione antica e consolidata.

Per quanto mi riguarda, non è in discussione il sentimento di pietà verso i defunti, che vale per tutti. Anche per Priebke. Quello stesso Priebke che per molti anni si è peraltro mosso per le strade di Roma senza destare parecchia indignazione.

Però chi ha responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico doveva prevedere che il funerale facilmente si sarebbe trasformato in un vergognoso raduno di naziskin e che sarebbe bastato un niente per fare scoccare la scintilla della violenza.

Sarebbe stato sufficiente un minimo di buon senso: niente di più, come ha fatto notare anche Massimo Gramellini su LaStampa.it. Ma il buonsenso, si sa, è merce rarissima. Eppure le cronache sono piene di funerali svolti all’alba, in gran segreto e in località sconosciute. Questo bisognava fare. Dare comunicazione della morte del criminale Priebke a esequie officiate: non offrirgli un’ulteriore, postuma e ignobile notorietà.

*Nella foto: “Fosse Ardeatine” (Renato Guttuso, 1950)

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La Giornata della Memoria

La memoria è un dovere e il modo migliore per commemorare l’Olocausto è affidarsi alle parole di chi c’era.
Perché non accada mai più.

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile.
Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità.

[Primo Levi, Se questo è un uomo, p. 23]

Di seguito, la testimonianza di Primo Levi raccolta da Enzo Biagi e riproposta ne Il Fatto, trasmissione di successo andata in onda sulla Rai dal 1995 al 2002, quando fu soppressa dall’“editto bulgaro”.

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Giornata della memoria

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

[Se questo è un uomo, Primo Levi, 1947]

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