Sete di verità

C’è una bimba di neanche cinque anni che non rivedrà più la mamma. C’è un bimbo, nato appena due settimane fa, che quella mamma non la conoscerà mai. C’è un marito, ci sono genitori e ci sono fratelli accomunati da un unico, grande, inspiegabile dolore. C’è una comunità scossa, perché in un piccolo paese tutti conoscono tutti, direttamente o indirettamente.
C’era Patrizia Pillari, 29 anni soltanto e una vita davanti, due figli da accudire, un marito da amare. C’è invece una famiglia distrutta e le macerie di una felicità che purtroppo non è mai per sempre. E poi c’è la sensazione, terribile, che le cose non siano andate per il verso giusto e che la fatalità non sia argomento sufficiente a spiegare l’immane tragedia. Se così fosse, ci sarebbero responsabilità da accertare e sanzionare. Non perché sia possibile lenire un dolore talmente grande, ma perché non accada più che una ragazza, portata d’urgenza in ospedale dodici giorni dopo il parto, venga rispedita a casa nonostante i sintomi evidenti di problemi di circolazione, tra l’altro noti al personale medico che ne aveva seguito la gestazione.
La “Gazzetta del Sud” di oggi ha dato notizia della denuncia presentata ai carabinieri dal marito Vincenzo Oliveri e del trasporto della salma di Patrizia in ospedale, all’indomani del funerale, per lo svolgimento dell’esame autoptico.
Mai come in questo caso occorre essere cauti e attendere che la giustizia faccia il suo corso, mettendo da parte l’emotività e i tanti cattivi retropensieri. Sull’errore umano e sull’angoscia che assale noi cittadini di serie B anche quando andiamo in ospedale per un banale controllo di routine.

Senza volere anticipare alcunché, né aggiungere niente a quanto è ampiamente riscontrabile sullo stato della sanità in Calabria e in provincia di Reggio, non si possono nascondere la rabbia e lo sconcerto per il dramma di un settore che assorbe la maggior parte delle risorse finanziarie regionali e presenta standard qualitativi da terzo mondo. Non ci fidiamo dei nostri medici, né delle nostre strutture sanitarie. E non parlatemi del dramma degli ospedali costretti a chiudere. Dispiace, ovviamente, per chi ci lavora e ha una famiglia da mandare avanti. Ma sinceramente chi, avendone la possibilità, in presenza di una patologia seria si è mai fatto ricoverare in uno dei tanti ospedali della Piana e non ha invece preso il primo aereo o treno per il Nord, protagonista dei tristemente noti “viaggi della speranza”?

Sono troppi i casi di malasanità denunciati e ancor di più sono quelli non segnalati. E invece va denunciato tutto, non soltanto a tragedia compiuta. Basta con il malinteso senso di rispetto che fa apparire favore l’esercizio di un sacrosanto diritto.
Chi sbaglia deve pagare. Chi sbaglia, in ospedale non ci deve mai più mettere piede.

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