Cronaca dall’inferno carcere

Arriviamo a Reggio Calabria che sono passate le 6, quasi tre ore dopo l’inizio dell’incubo. In una stanza mi prendono le impronte digitali, misurano l’altezza, scattano le foto segnaletiche. In tarda mattinata scendo la scalinata della Questura, accompagnato da due poliziotti che mi raccomandano di tenere le manette nascoste sotto le maniche del giaccone. Dal lato opposto della strada ho puntati contro i teleobiettivi del plotone d’esecuzione. Partiamo a sirene spiegate, che vengono spente quando imbocchiamo l’autostrada. Lo show è finito.
Al carcere di Palmi la prima tappa è nell’ufficio matricola, a seguire visita medica e ispezione corporale. Mi spoglio davanti a due agenti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che non nasconda qualcosa nell’ano. Nudo e ubbidiente agli ordini, realizzo che da adesso in poi la mia volontà non conterà niente. È scivolata tra le dita di lattice che tastano il mio corpo.
Vengo infine accompagnato nella cella e per la prima volta odo il tonfo metallico degli scatti che chiudono il pesante cancello alle mie spalle. Tre detenuti stanno cenando: c’è un buon profumo di sugo con la nduja ma non ho fame, nonostante sia digiuno da un giorno. Assaggio comunque qualche forchettata di fusilli.
Luigi e Francesco mi preparano il letto, secondo una prassi consolidata per i “nuovi giunti”. Luigi è abilissimo nel sistemare delle palline di carta ai quattro angoli del coprimaterasso, che arrotola e tira in modo da renderlo il più aderente possibile al materasso già spolverato con abbondante borotalco, insieme al cuscino. Nella cella si diffonde un profumo di infanzia fuori luogo. Lenzuolo e coperta vengono quindi annodati sotto il materasso, con una tecnica efficace.
Nella prima settimana farò soltanto acquisti “personali”. Sono esentato dalla spesa relativa alla gestione comune della cella: generi alimentari, detersivi e “cose di casa”. Sono inoltre dispensato dal fare pulizie. Dovrò soltanto stare attento e imparare le dinamiche e le regole della convivenza. Una vera e propria formazione sul campo.
Alle 21.00 viene chiusa la porta blindata e si spegne la luce. Sono fisicamente distrutto e mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due e poi ancora altre volte, anche a causa della “conta” dell’agente che apre lo spioncino e con una torcia illumina i volti dei detenuti in piena notte. La mattina dopo scopro il rituale della “battitura”, che viene ripetuta alle 13.00, tutti i giorni: un paio di colpi di manganello alle sbarre delle finestre, con i quali una guardia ne verifica l’integrità.
Non abbiamo il frigorifero. Al suo posto, un frigo termico di quelli che si portano in spiaggia. Per mantenere fresche le poche cose che ci stanno dentro, abbiamo a disposizione dei “siberini”, che vengono sostituiti quotidianamente. Il contenitore è troppo piccolo per conservarvi anche qualche bottiglia, per cui beviamo acqua calda, bollente a mano a mano che si avvicina l’estate. Non abbiamo neanche i congelatori “comuni”: quando arriva il pacco da casa si divide il contenuto con altri detenuti, in modo da consumare gli alimenti prima che vadano in malora.
Per i detenuti, la domenica è il giorno più lungo e triste della settimana. Non c’è la consegna della posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo anche chi si trova sepolto in carcere. Non è inoltre prevista la saletta, il luogo delle sfide a briscola, scopone, burraco e ping-pong. Si esce dalla cella soltanto per le ore d’aria nel cortile: al rientro pomeridiano, poco prima delle 16.00, è già tempo di darsi la buonanotte.
È però anche il giorno dedicato alla preparazione di torte o della pizza. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana” (una pentola bucherellata come quella per le caldarroste), che viene posto sul fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure, ai lati della campana. Accendere i fornellini laterali, regolare la fiamma e capovolgere la campana è una manovra delicata, da eseguire velocemente e che necessita di un elevato livello di manualità. Per un giorno, nel reparto si respira odore di dolci e di festa, o la spensieratezza di una serata in pizzeria.
Per quattro mesi è questa la mia routine, prima del trasferimento di fine giugno, sotto un sole cocente.
Il furgone è una fornace. Si sta molto scomodi, stretti tra lo schienale in plastica e le sbarre che separano i due vani. I bocchettoni dell’aria climatizzata, dietro, sono chiusi. Io e il mio compagno di viaggio teniamo le ginocchia appoggiate alle sbarre che chiudono uno spazio di neanche un metro quadrato. Il peso delle manette ai polsi crea solchi sulla pelle e, anche se tento di tenerle appoggiate sulle gambe, sento ugualmente molto dolore. Facciamo due soste in autogrill, giusto il tempo di andare in bagno. Un agente mi fa scendere tirandomi dalle manette, sotto lo sguardo dei curiosi. Per tutto il viaggio abbiamo a disposizione un panino e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Quando arriviamo a Santa Maria Capua Vetere, sei ore dopo la partenza, ho sete. Tanta sete.
La giornata è ancora lunga. Entriamo e usciamo da celle di sosta fatiscenti, luride e bollenti. Quella accanto all’ufficio matricola è disumana. L’impressione è che ci parcheggino qua per colpire la nostra dignità di uomini e per fiaccare il nostro spirito. L’aria è irrespirabile, sembra di inalare calce. Per non asfissiare stiamo incollati all’unica finestra con le sbarre, accanto ad un water lurido. Le mura sono scrostate e umide. Accostata ad una parete, una branda arrugginita con un materasso insozzato e coperto di polvere. Sotto un vecchio tavolino, il foglio di un rotolone di carta imbrattato di feci. Sulle mura ci sono incisi nomi, cuori, frasi oscene e un fallo lungo quasi quanto l’intera parete.
Quando veniamo accompagnati nella cella sono le 18. Siamo sfibrati, affamati e assetati, frastornati. Eppure non è ancora finita. La cella dell’isolamento è “liscia” e sporchissima: due brande, un tavolino, due sgabelli, il televisore, un mini-frigorifero che guardo stupito. Non vedo un frigorifero da quattro mesi.
Una guardia ci consegna una scopa, una bottiglia di candeggina, due stracci e due spugne. Iniziamo dalle bilancette, in modo da potere sistemare dentro ciò che abbiamo portato con noi e per liberare il pavimento dall’ingombro dei borsoni. Passiamo alle brande e agli infissi, che sono sudici. Quindi laviamo la cucina e il bagno. Nel water ci sono tracce di feci, ma non c’è lo spazzolino, né ci hanno fornito dei guanti. Tocca lavare a mani nude. Dopo avere ordinato i letti finalmente mangiamo qualcosa: un panino che un detenuto ci passa dalla cella accanto, con salame e pecorino.
Ci mettiamo a letto, ma è impossibile dormire. La cella è invasa da zanzare che entrano dalle finestre, sotto le quali fa bella mostra una montagna di spazzatura affollatissima di gatti e gabbiani il cui verso accompagnerà costantemente le nostre ore. Mi guardo i polsi ancora doloranti.
Le giornate sono torride e lunghissime, si suda anche a stare fermi. Fa troppo caldo per pensare di passeggiare sotto il sole. Preferisco farlo dentro la cella, cinque passi in avanti e cinque indietro. Nel cortile – una vasca in cemento dalle mura altissime – non c’è un angolo d’ombra. Molti detenuti ci vanno in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo. Dentro le celle, invece, bagnano le magliette e le indossano, per cercare di ottenere un minimo di refrigerio.
Terminata la quarantena, veniamo trasferiti nel reparto. La cella è vecchia, priva di doccia e di acqua calda, le pareti sono scrostate e di un colore cupo. Per lavarsi bisogna fare richiesta e utilizzare (tra le 8.30 e le 16.00) le docce comuni che si trovano nel corridoio.
Durante il giorno più volte cerco di darmi una rinfrescata lavandomi “a pezzi” con l’acqua fredda, color ruggine, del lavandino e del bidet. Nonostante asciughi bene le orecchie, dentro resta sempre una patina simile alla creta.
Non so fare il “canotto”, un rimedio curioso adottato dai detenuti per fare la doccia… senza doccia. Si taglia un sacco grande della spazzatura in modo da ricavarne un rettangolo, quindi si annodano i quattro angoli al collo di quattro bottiglie di plastica. Il detenuto vi entra dentro e si versa addosso un paio di bottiglie d’acqua, che resta all’interno del “canotto” senza bagnare eccessivamente il pavimento. Finita la doccia, gli angoli del canotto vengono afferrati con le mani e si procede al suo svuotamento nel water.
Il caldo non aiuta chi già non gode di buona salute. Mi trovo nelle docce comuni quando un detenuto chiede aiuto urlando. Sta soccorrendo Antonio, un ragazzo di circa trent’anni che mi ha colpito per i molti tic del viso e del corpo, oltre che per quel “pam pam” che ripete mentre parla. Nel cortile, sta sempre seduto su un gradino, o in piedi, con le spalle appoggiate al muro. Tiene la testa tra le mani e ondeggia avanti e indietro con il busto. Imbottito di psicofarmaci, guarda nel vuoto e sembra stanchissimo, intorpidito. Ogni tanto perde la conoscenza e allora è un chiamare a voce alta la guardia, per soccorrerlo e portarlo in infermeria.
Esco di corsa in accappatoio e mi dirigo verso di loro. Antonio non è svenuto, ma è completamente assente: un sacco che si affloscia su sé stesso. Lo afferriamo dalle ascelle e dalle gambe e lo trasportiamo nella sua cella, dove per regolamento non potremmo entrare. Nel frattempo giunge un altro detenuto, di rientro dal cortile. Antonio sta sempre più male. I due chiamano l’appuntato di sezione, poi prendono Antonio in braccio e si avviano verso le scale per portarlo in infermeria. Cerco lo sguardo dell’agente e non mi trattengo: «Dovreste fare qualcosa, una relazione, chiedere provvedimenti adeguati. Questo poveraccio in carcere rischia di morire. Dovrebbe stare in un centro clinico, non qua». Mi sembra dispiaciuto, quasi rassegnato. Ma non dice niente e si allontana senza replicare.

[IL DUBBIO, 29 giugno 2026]

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Un anno fa ci lasciava Papa Francesco. Poco più di un mese prima, l’Agape di Sant’Eufemia aveva partecipato al Giubileo del Volontariato (8-9 marzo). Nella Santa Messa di domenica mattina, piazza San Pietro era un tripudio di bandiere e striscioni di incoraggiamento (“Papa Francè c’è”) per il Santo Padre, che si trovava in ospedale. Il Papa non c’era, ma tutti ne avvertivamo la presenza. La commozione era palpabile, fortissima quando il cardinale Michael Czerny lesse l’omelia scritta dal Pontefice, il quale ricordava i “tanti piccoli gesti di servizio gratuito” che “nei deserti della povertà e della solitudine” fanno sbocciare “germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”.
Nel 2016 l’Agape aveva avuto un altro “incontro” con Bergoglio, in occasione del Giubileo della Misericordia. In quella circostanza, l’emozione raggiunse il diapason quando il Papa percorse la piazza sulla papamobile per salutare i fedeli. Un cappellino dell’Agape passò allora dalle mani di un volontario a quelle di un membro della security che accompagnava a piedi il veicolo del Papa.
C’ero in entrambe le circostanze. E c’ero quando, durante la pandemia, dalla cappella di Santa Marta il Pontefice entrava nelle celle dei detenuti per confortare e lenire la solitudine. L’anno scorso scrissi di quei giorni per “Il Dubbio”.

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO (23 aprile 2025)

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole sul Covid pronunciate dal Papa in una piazza San Pietro deserta

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO, 23 aprile 2025

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Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione

Articolo di Simona Musco (Il Dubbio, 25 gennaio 2025)
Ha trascorso sette mesi in carcere ingiustamente, a causa di uno scambio di persona che poteva essere chiarito con una semplice perizia fonica, che ha chiesto sin dal primo momento. E cinque anni dopo, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha risarcito Domenico Forgione, storico calabrese, giornalista e autore di diversi saggi, accusato ingiustamente di associazione mafiosa.
Forgione era finito agli arresti il 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant’Eufemia d’Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco, il vicesindaco, il presidente del consiglio comunale e lui, consigliere di minoranza. Forgione si è però sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa, fornendo prove e documenti della sua innocenza. La sua posizione si trovava in sole 17 pagine su 4mila, in un’intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale “Dominique”. Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma l’uomo intercettato non era lui.
Da qui la richiesta immediata di una perizia fonica, mai concessa causa covid. La difesa, allora, ne produce una propria, comparando l’interrogatorio di garanzia con l’audio dell’intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua. Ma non solo: il giorno in cui “Dominique” viene intercettato, infatti, Forgione è a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovano. La perizia arriva solo a settembre, usando lo stesso metodo utilizzato dalla difesa. E il risultato è identico: la voce non è la sua. Così, sette mesi dopo, Forgione esce dal carcere e la sua posizione, dopo poco, viene archiviata. Sebbene sarebbe bastato poco per evitare un trauma inutile.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 23 dicembre scorso, ha dunque accolto la richiesta di risarcimento presentata dall’avvocato Pasquale Condello, riconoscendo il danno subito a causa della ingiusta custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Eyphemos”. «Ad avviso della Corte – si legge nell’ordinanza -. non sono rinvenibili nella condotta del ricorrente profili di colpa grave ostativi al riconoscimento dell’indennizzo». Forgione, infatti, sia in sede di interrogatorio di garanzia che durante l’interrogatorio del 14 dicembre 2020 davanti al pm, chiesto dallo stesso Forgione dopo la chiusura delle indagini, «ha sempre professato la propria estraneità agli addebiti contestati, affermando di non essere lui il “Dominique” dialogante nelle conversazioni captate, fornendo specifiche spiegazioni in ordine alle condotte contestate e respingendo con fermezza gli addebiti mossi nei suoi confronti». Inoltre, a sostegno della propria versione, «aveva prodotto documentazione probatoria e adottato sin da subito un comportamento collaborativo».
Quanto al pregiudizio subito, la Corte ha adeguato la somma liquidata con una maggiorazione per «le sofferenze morali patite a causa della diffusione mediatica dell’arresto». A ciò si aggiunge «il maggior patimento che è disceso a Forgione dall’aver sin da subito professato la propria estraneità ai fatti e dall’essersi adoperato in tal senso, anche attraverso la sua difesa». Un aumento motivato anche dal “disturbo d’ansia con stress psicofisico e deflessione dell’umore” sviluppato a seguito dell’arresto.
Infine, la Corte ha riconosciuto anche il danno all’immagine conseguente allo “strepitus fori”, data la diffusione mediatica della notizia del suo arresto. «Nella valutazione di detto pregiudizio, infatti, non potrà non considerarsi la gravità dell’ipotesi delittuosa prospettata a carico del ricorrente e l’attività di giornalista pubblicista esercitata dallo stesso – si legge -. È evidente, pertanto, la maggiore propagazione mediatica della notizia derivata dalla notorietà del personaggio, necessariamente e intrinsecamente connessa alla “visibilità” e “popolarità” che caratterizza il ruolo di giornalista esercitato da Forgione e la relativa categoria professionale di appartenenza».
«Il cratere aperto dalla bomba che mi è esplosa dentro il 25 febbraio 2020 non si chiuderà mai – commenta al Dubbio Forgione -. Prendo atto dell’accoglimento dell’istanza, ma non posso nascondere che si è rotto qualcosa a livello sentimentale nei confronti di uno Stato che, pur avendo riconosciuto l’errore, è stato ed è capace di una violenza cieca nei confronti dei suoi cittadini. Ho toccato con mano e l’unico aspetto positivo della mia vicenda sta proprio nella consapevolezza della necessità di denunciare una giustizia che spesso si rivela ingiusta, con il corollario di un trattamento penitenziario disumano. Ma delle condizioni carcerarie, della barbarie della carcerazione preventiva, degli abusi delle misure di prevenzione, realmente non importa quasi a nessuno. L’Italia non sarà mai un Paese normale fino a quando ci sarà questa destra, capace solo di introdurre nuovi reati e di proporre la costruzione di nuove prigioni per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, e questa sinistra ipocrita, pronta a cavalcare l’onda giustizialista per qualche misero voto in più».

Sito originale: Il Dubbio (Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione)

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Condannati a morire in cella: quando lo Stato dimentica i detenuti malati

Novanta morti all’anno. Uno ogni quattro giorni. Una strage di malati che si consuma tra le sbarre delle carceri italiane nel silenzio quasi assoluto. Già fanno fatica a guadagnare qualche titolo di giornale i casi, più eclatanti, dei suicidi: già 32 in questo infausto primo quadrimestre del 2024. Figurarsi lo spazio che possono ricevere i detenuti morti nei penitenziari italiani per “cause naturali”: il conteggio di Ristretti Orizzonti è al momento fermo a quota 44. Uomini e donne senza volto e senza nome, per i quali non è concesso il sentimento dell’umana pietà. Un dato che in realtà sarebbe ancora più drammatico, se solo si potesse disporre dei numeri sui decessi che avvengono quando, finalmente, vengono applicati gli articoli 146 e 147 del codice penale sul differimento della pena per le persone gravemente ammalate, che finiscono per morire poco dopo il loro arrivo a casa. I fautori del “buttate le chiavi”, cinicamente, sostengono: sarebbero morte ugualmente. Eppure è notoria la correlazione tra stato detentivo e scatenamento o peggioramento delle malattie.
In prigione si muore di infarto, per le complicazioni di patologie mal curate, per malattie croniche. Muoiono i giovani; ma ancor più – è ovvio – muoiono gli anziani. In carcere si muore da soli, senza il conforto di un familiare, perché lo Stato italiano non riesce a conciliare il diritto soggettivo di morire dignitosamente con la pulsione securitaria di una larga fetta della popolazione.
Le ragioni di questa ecatombe sono molteplici. Il pregiudizio per il quale il detenuto che lamenta qualche malessere generalmente viene considerato un simulatore in cerca di qualche beneficio. La carenza drammatica di personale e attrezzature sanitarie, più volte denunciata sulle colonne de “Il Dubbio” da Damiano Aliprandi: medici precari e difficoltà nell’assegnazione sulle 24 ore, turni infernali, con un solo infermiere responsabile anche di 600 detenuti; liste di attese infinite per visite specialistiche o interventi chirurgici. A tal proposito, dovrebbero pesare come un macigno sulle coscienze dei nostri governanti le parole severissime del garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello: «Credo che la nostra società e le nostre Istituzioni non siano rispettose dei diritti umani dei detenuti».
Non possono esserlo, quando i Tribunali si rifugiano in dichiarazioni di compatibilità con lo stato di detenzione perché “il quadro polipatologico è caratterizzato da patologie di natura cronica, certamente meritevoli di controlli periodici, alcuni anche quotidiani, agevolmente (il sottolineato è mio) gestibili all’interno del circuito penitenziario”. Così agevolmente che un detenuto può morire appena ottiene la sostituzione della misura coercitiva della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, o andarci vicino.
L’accanimento dello Stato nei confronti dei detenuti malati è a volte indecente, oltre che incostituzionale, se si tiene a mente il senso di umanità cui fa riferimento l’articolo 27 della nostra Carta. Senza che si abbia nemmeno l’onestà di ammettere che in Italia è ancora in vigore la pena di morte, in una variante ipocrita, vigliacca e per questo ancora più intollerabile.

Il Dubbio, 24 aprile 2024

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La nostra Pasqua in cella con la pasta al forno di Cosimo e il limoncello di Saro

Oggi Giovanni veste l’abito buono, non la solita tuta sportiva che è la nostra divisa ufficiale. Per il passeggio nel cortile ha tirato fuori dalla “bilancetta” il maglioncino e i pantaloni che indossa nei colloqui con i familiari, ha lasciato sotto la branda le scarpe da tennis e calzato gli sneakers, ha stretto le spalle dentro un giubbottino casual invece del consueto smanicato. Invidio la sua abilità nel mettere sottovuoto i capi di abbigliamento, affinché non occupino troppo spazio nell’armadietto. Li spruzza con un po’ di profumo, li richiude nelle buste che adagia sullo sgabello e vi si siede sopra, lentamente. L’operazione dura diversi minuti, ma alla fine lo spessore non supera il mezzo centimetro.
Pure per noi carcerati è Pasqua. Nel cortile ci scambiamo gli auguri, nonostante l’anima in pena e la testa altrove. Nelle nostre case ci sarà poco da festeggiare e la metafora del Calvario vale per noi e per i nostri cari. Portiamo insieme la croce: e chissà chi ne soffre di più il peso.
In galera i giorni festivi opprimono il doppio. Non viene consegnata la posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo chi si trova sepolto qua dentro e la chiusura della saletta, alla quale si può accedere per un’ora dopo il passeggio, appare un gratuito supplemento di afflizione. Usciamo dalla cella solo per le ore d’aria e, al momento di rientrare in sezione, alle quattro del pomeriggio ci diamo già la buonanotte.
Per la domenica delle Palme il cappellano ci ha fatto avere un ramoscello d’ulivo, che ha suggerito di donare ai nostri familiari. Stiamo salendo con loro l’erta del Golgota, abbiamo tutti bisogno di forza e di consolazione. Il sacerdote trova sempre le parole giuste: «Per rinascere bisogna morire». Un po’ morti lo siamo, in effetti. Ma contiamo di farcela a rinascere. Magari un po’ ammaccati, ma in piedi. Ci emozionano i suoi gesti affettuosi, ci assicurano che qualcuno pensa a noi. Oggi invierà in carcere i bignè alla crema, che consumeremo a fine pranzo con qualche fetta delle colombe pasquali acquistate e scambiate tra i detenuti. Non hanno invece superato il rigido vaglio della guardia e sono finiti nel bidone dell’immondizia del magazzino le “cimedde”, i biscotti pasquali della tradizione calabrese che un familiare aveva spedito al congiunto. Pazienza.
Qua dentro tutti dobbiamo qualcosa a qualcuno. Una pacca sulla spalla, un sorriso, una parola di conforto. Un biglietto da spedire per posta, scritto per chi vuole mandare gli auguri di buon compleanno alla figlia, o un disegno per i nipotini di qualche anziano. Riprendere in mano matita, gomma e colori, fa sudare. Ma almeno si sottrae alla monotonia parte di questo tempo vuoto.
Nei giorni scorsi in molti ci siamo “segnati” dal barbiere per una sistematina ai capelli. Bei tempi – racconta chi c’era – quando la sezione ebbe la fortuna di avere tra i detenuti uno del mestiere. Ora dobbiamo accontentarci di Gigi, che di professione fa l’idraulico. Si impegna, ma i risultati non sempre sono ottimali. A sua discolpa va detto che è impossibile ottenere un’acconciatura decente con un rasoio elettrico che si inceppa di continuo e con la forbicina “Chicco”.
Gigi è anche il bibliotecario della sezione, è lui a consegnare i libri richiesti con la “domandina”. Questa mansione la svolge con molta efficienza, almeno dal nostro punto di vista. Sì, perché ad aspettare che la “domandina” venga letta e la richiesta accolta trascorrerebbero intere settimane. La richiesta alla direzione la presentiamo, ma non appena Gigi passa davanti alle celle per rientrare nella sua, o quando ci incontriamo nel cortile, gli affidiamo un “pizzino” con i titoli. Ci penserà lui a farci avere i libri, alla prima occasione utile. Un azzardo passibile di punizione, come qualsiasi azione che contrasti il regolamento.
Salvatore, il lavorante, corre lo stesso rischio quando ci fa avere i guanti in lattice da utilizzare per lavare il water con la candeggina. Sennò ci toccherebbe farlo a mani nude: inspiegabilmente, i guanti non figurano infatti tra i beni acquistabili con la spesa settimanale. Li infila nella borsa di plastica per la frutta e per il pane che lasciamo appesa al cancello della cella e noi, una volta finito il lavoro, li facciamo scomparire nel sacco della spazzatura.
Salvatore oggi sarà fondamentale. Il direttore non ha concesso la “socialità”, che permette ai detenuti di pranzare insieme nella saletta o di riunirsi a gruppi in un unico camerotto, nei giorni di festa. Sarà pertanto compito di Salvatore consegnare la pasta al forno cucinata da Cosimo e dovrà farlo in fretta, prima che anche per lui arrivi il momento di rientrare in cella. Dal suo cubicolo, Cosimo lo chiama a gran voce. Ha iniziato a preparare il pranzo due giorni fa, dopo essersi fatto prestare i fornellini da campeggio e le coppie di padelle che fungono da forno, non riuscendo altrimenti a soddisfare la vasta clientela. Un detenuto lo chiama “Alessandro Borghese”, perché è un vero fenomeno. Giorni fa ha accolto con gli occhi lucidi il disegno realizzato da un carcerato: un cappello da cuoco a strisce rosse e blu, i colori del suo Catania, accompagnato dalla didascalia “Cosimo I, Re degli Chef”.
La pasta al forno di Cosimo è un capolavoro. Ma apprezziamo anche l’assaggio di quella di Roberto, il nostro dirimpettaio che – da buon pugliese – è specializzato nella preparazione delle orecchiette con le cime di rapa. Con la cella di fronte è più facile inviarsi le pietanze, per cui spesso pranziamo “insieme”. Basta posizionare il piatto dentro un contenitore, farlo passare con molta cautela tra le sbarre e sospingerlo con la scopa fino a metà corridoio. Un’altra scopa, dalla cella di fronte, lo avvicina fino a poterlo raccogliere e il pranzo è servito.
Dopo il dolce Stefano appoggia sul tavolo un bicchierino di plastica contenente un liquido giallognolo, opera di Saro. Dice che è limoncello. Non abbiamo idea di quale surrogato abbia impiegato, visto che l’alcool puro non si può acquistare. Dividiamo la bevanda in quattro, un piccolo sorso a testa. Qualsiasi cosa stiamo bevendo, è il liquore più buono mai assaggiato in vita nostra.

Link: La nostra Pasqua in cella (ildubbio.news)

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E non è forse questo sistema carcerario una pena di morte più lenta e ipocrita?

Secondo il dossier “Morire di carcere”, costantemente aggiornato da Ristretti Orizzonti, ad oggi sono 68 i suicidi registrati in carcere nel 2023: il secondo dato più alto dal 1992, dietro soltanto alla cifra monstre del 2022, quando furono 84 i detenuti che decisero di farla finita impiccandosi con le lenzuola o inalando il gas delle bombolette dei fornelli da campeggio che si utilizzano per cucinare. Un dato drammatico, al quale vanno aggiunti gli 87 decessi per “altre cause” di soggetti anziani, malati di tumore, cardiopatici, tossicodipendenti. In totale, 155 morti “di carcere”: uno ogni due giorni e qualcosa.
Il “custos” non sa custodire. Il sovraffollamento e la penuria di figure professionali (psicologi, educatori, personale sanitario) non aiutano, né solleva il morale dei detenuti più fragili la quotidiana offesa alla dignità umana, che può manifestarsi con la mancanza d’acqua, il caldo insopportabile d’estate e il freddo gelido d’inverno, la sospensione delle attività trattamentali nei periodi festivi, alcune sadiche assurdità regolamentari.
Sulla carta, in Italia la pena di morte è stata da tempo abolita. Ma la pena che si sconta nei penitenziari fino a quando non sopraggiunge la morte, è soltanto una versione più ipocrita della pena di morte tradizionale. La sostanza non cambia.
Tra il 25 febbraio e il 16 settembre 2020, ho scritto molto. Il brano che segue risale alla metà del mese di luglio, quando un detenuto si tolse la vita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere:

«Appuntato! Appuntato!». Sono le 22.00, nelle celle molti detenuti già dormono. Si sentono rumori fortissimi, come di una battitura in corso nel reparto dei “comuni”, nel plesso di fronte alle nostre finestre. Già due giorni fa si era verificato un episodio del genere, in tarda mattinata, quando lo stesso detenuto aveva tentato di impiccarsi utilizzando come cappio un lenzuolo annodato alle sbarre della finestra. Questa volta pare abbia raggiunto il suo scopo.
«Vergogna! Vergogna!», il grido che squarcia il buio della notte. Le guardie tardano ad intervenire, ma la protesta è indirizzata contro la mancata adozione di precauzioni nei confronti di un povero cristo che aveva già tentato il suicidio: ad esempio, assegnandogli un “piantone” per la sorveglianza e per l’assistenza. Ma sono le voci di “radio carcere”, che non posso verificare. Quel che è certo è che lo sventurato è riuscito a concretizzare il proposito suicida.
Le urla e la battitura durano una ventina di minuti, poi tra i reparti cala un silenzio di piombo. La nostra è una rabbia impotente che non può superare la recinzione del carcere.
Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare. Neanche se si è in mille a gridare, a percuotere le scodelle, a scaraventare le brande contro il “blindo”. I detenuti sono fantasmi invisibili, le loro voci sono destinate a spegnersi nel buio. D’altronde esiste una ragione ben precisa se la stragrande maggioranza delle strutture penitenziarie sono state costruite nelle periferie delle città, in luoghi isolati che dimostrano plasticamente la distanza tra il dentro e il fuori. Sottrarre il carcere alla vista della popolazione libera rassicura sul fatto che il “male” si può circoscrivere e isolare. Quello che vi accade dentro e la sofferenza gratuita che produce non oltrepassano la recinzione: «Occhio non vede, cuore non duole».
Il giorno dopo, nessuno dice niente: né i detenuti, né tantomeno gli agenti penitenziari. Forse nel carcere subentra davvero l’abitudine, l’assuefazione alla morte. E comunque, per l’amministrazione penitenziaria, meno se ne parla, meglio è.
«Lo avevan perciò condannato/ vent’anni in prigione a marcir/ però adesso che lui s’è impiccato/ la porta gli devono aprir». Ripenso inevitabilmente ai versi della “Ballata del Michè”, alle lenti speciali che consentivano a Fabrizio De André di guardare con pietà a quest’umanità derelitta.

Link: E non è forse questo sistema carcerario una pena di morte più lenta e ipocrita? (ildubbio.news)

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“Natale in carcere”. Non è un cinepanettone, ma un incubo reale

Il mio articolo per “Il Dubbio” di oggi

È arrivato di colpo l’inverno. Si sapeva che sarebbe successo, come ogni anno. E infatti, chi utilizza stufe o termo-camini per riscaldare la propria abitazione, generalmente già in estate provvede alla scorta di legna o di pellet. Per non farsi trovare impreparati, sorpresi dalle temperature che improvvisamente diventano rigide. Così come sono già pronti coloro che utilizzano il metano o il GPL. Al limite, una controllatina alla caldaia, ma niente di più. Non ti temiamo, generale inverno.
Poi, il 27 di novembre, mentre nel “mondo di fuori” già si è avanti con gli addobbi natalizi, capita di entrare in un carcere (Casa Circondariale di Lecce) e si sbatte forte con il muso contro la disumanità dei regimi carcerari.
Negli “Hotel a cinque stelle” ancora si soffre il gelo, a meno di un mese da Natale. Non nella sala colloqui, quella è riscaldata. Un familiare non nota niente di anomalo. Anzi, ha quasi caldo. Nelle celle invece non è così. I detenuti si arrangiano come possono. Insomma: indossano qualche maglia in più, tengono in testa il berretto di lana giorno e notte, cercano di stare sotto le coperte il più possibile, per evitare gli spifferi delle finestre e le correnti d’aria che attraversano i pochi metri quadrati tra i lettini. Raschiano il fondo del barile del loro proverbiale spirito di adattamento.
Però, quanta pena e quanta rabbia. Tenere tra le mani una mano gelida. Sentire all’abbraccio guance e orecchie freddissime. Fisime da garantisti, si dirà. Mica vorrebbero davvero un albergo i delinquenti che si trovano in regime di custodia carceraria. Anche quelli non ancora condannati in via definitiva, che poi anche questi sarebbero esseri umani. Colpa loro, se ne facciano una ragione. Giovani e vecchi. Se ce la fate, sopravviverete. Altrimenti, sono problemi vostri.
E invece è un problema di tutti noi e dello stato del diritto all’interno delle carceri. È il problema delle parole della “più bella costituzione del mondo” smentite dalla realtà: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» (articolo 27, terzo comma).
È una questione che poco ha a che fare con la pena, che già si sta scontando o addirittura (per in non definitivi) si sta anticipando, in molti casi gratuitamente. È il sadismo delle troppe afflizioni aggiuntive perpetrate da uno Stato sulla carta democratico. Qualcosa di profondamente ingiusto. La vergogna di uno Stato che non “custodisce” e che si fa barbaro e tribale.
Non è vero che la tortura è stata abolita in Italia. Basta entrare in un carcere per capirlo.

Link: “Natale in carcere”. Non è un cinepanettone, ma un incubo reale

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Così inchieste flop e scioglimenti copia e incolla hanno raso al suolo l’impegno politico di una regione

Le considerazioni sui provvedimenti di scioglimento dei comuni per infiltrazioni o condizionamenti mafiosi, espresse nella sua lettera a “Il Dubbio” dall’ex vicesindaca di Rende Marta Petrusewicz, hanno aperto un interessante dibattito, al quale l’avvocato Pasquale Simari ha offerto il contributo dell’esperto: «La vicenda di Rende – ha sottolineato – non si differenzia da quella della maggior parte dei Comuni sciolti per mafia».
Parole forti, suffragate da fatti che purtroppo godono di scarsa visibilità mediatica: le sentenze dei processi che, a distanza di anni dai titoloni dei giornali, ridimensionano o addirittura smentiscono le ordinanze di custodia cautelare. Sarebbe pertanto ora di pensare ad un albo dei comuni sciolti per mafia ingiustamente, da pubblicare (per dirla con Sciascia) “a futura memoria”.
Con questo spirito, mi permetto di segnalare il caso del comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Il 25 febbraio 2020, la maxi retata dell’operazione “Eyphèmos” privò della libertà – tra gli altri – il sindaco Domenico Creazzo, appena eletto consigliere regionale in quota Fratelli d’Italia, il vicesindaco Cosimo Idà, il presidente del consiglio comunale Angelo Alati, il sottoscritto (consigliere di minoranza) e il responsabile dell’ufficio tecnico Domenico Luppino. La presenza di cinque indagati “infiltrati” nel comune determinò la sospensione e poi lo scioglimento del consiglio comunale (14 agosto 2020): «All’esito di approfonditi accertamenti – si legge nel decreto – sono emerse forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’ente locale a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale». Al termine dei diciotto mesi previsti dalla legge, secondo prassi consolidata, seguì la proroga di ulteriori sei mesi, poiché non risultava ancora “esaurita l’azione di recupero e risanamento” dell’ente.
Lo scioglimento dei comuni si fonda sulla relazione del prefetto al ministero dell’Interno: nella sostanza, la condivisione dei contenuti dell’ordinanza di custodia cautelare, a sua volta una sorta di copia-incolla degli “esiti dell’attività di indagine” e delle “notizie di reato” trasmessi dagli investigatori al pubblico ministero.
Tre anni dopo gli arresti, la sentenza di primo grado (17 febbraio 2023) ha smentito l’esistenza di un condizionamento dell’amministrazione comunale, poiché all’archiviazione del sottoscritto si è aggiunta l’assoluzione degli altri quattro indagati.
Per il sindaco di Sant’Eufemia Creazzo, l’accusa era di scambio elettorale politico-mafioso: a “cercare la ’ndrangheta è la politica e non il contrario”, aveva sentenziato la relazione del ministro Lamorgese. Quasi un anno e mezzo di arresti domiciliari e un provvedimento di obbligo di dimora, prima della sentenza di assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Il vicesindaco Cosimo Idà veniva presentato come “capo, promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all’interno del locale di ’ndrangheta di Santa Eufemia”. Nove mesi di carcerazione preventiva, la scarcerazione per accertato scambio di persona e l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Scambio di persona anche per Angelo Alati, presidente del consiglio comunale accusato di rivestire la carica di “mastro di giornata” e assolto perché “il fatto non sussiste”, l’inconsistenza indiziaria era già emersa nell’udienza del Tribunale del riesame che ne aveva ordinato la scarcerazione, un mese e mezzo dopo l’arresto.
Terzo scambio di persona riguardò chi scrive, accusato “di monitorare gli appalti assegnati dal Comune di Santa Eufemia per consentire alle aziende del locale di ’ndrangheta di insinuarsi nei lavori”, [di fungere] “da spia” interna al Comune, [di mettersi] a disposizione della cosca per compiere atti minatori nei cantieri, [di disporre di “agganci”] che gli consentivano di conoscere preventivamente gli esiti delle indagini che provvedeva a veicolare tra i sodali per eludere l’attività investigativa o la cattura». Sette mesi di carcerazione preventiva, scarcerazione e proscioglimento al termine dell’udienza preliminare.
Il responsabile dell’ufficio tecnico Domenico Luppino era accusato di prendere parte a riunioni di ’ndrangheta e di operare “in favore della cosca affinché gli appalti fossero assegnati direttamente [o indirettamente] a una ditta gradita all’organizzazione mafiosa locale. Assolto perché “il fatto non sussiste”, dopo ben tre anni di carcere.
Il filone politico dell’inchiesta si è rivelato un flop totale. Del “solido complesso probatorio” restano parole che sono sale su ferite ancora aperte: «Nel caso del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte si va comunque ben oltre i “collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso” o le “forme di condizionamento” degli amministratori. L’operazione “Eyphèmos” dimostra che diversi OMISSIS piuttosto che “collegati” o “condizionati dalla ’ndrangheta” sono organici alla stessa. Un salto di qualità rispetto alla fattispecie di cui all’art. 143 T.U.E.L. del tutto evidente». Ma di evidente, purtroppo, c’è soltanto lo scarto tragico tra ipotesi e realtà.
Quando, nove mesi fa, si è votato per ridare alla comunità eufemiese un’amministrazione comunale, soltanto due tra i trentanove candidati nella precedente elezione si sono ripresentati. In un piccolo paese esistono dinamiche familiari e sociali che rendono arduo l’impegno politico sulla base delle attuali disposizioni di legge. Molti preferiscono defilarsi: per paura, per delusione, per senso di responsabilità.
Prevenzione e pregiudizio sono spesso le facce della stessa medaglia e concorrono alla compressione della democrazia, laddove impediscono l’affermazione della volontà popolare. Per questo, occorre denunciare la criminalizzazione subita da vaste aree del Paese. Affinché gli studenti di domani avvertano lo stesso moto di indignazione oggi suscitato dagli studi sul volto truce del potere nella storia d’Italia: la brutalità della legge “Pica”, la revisione arbitraria delle liste elettorali in epoca crispina, i mazzieri di Giolitti, lo scioglimento dei comuni nel passaggio dallo stato liberale al regime fascista. Ogni volta che, in nome dell’interesse superiore del mantenimento dell’ordine pubblico, una “guerra santa” ha ferito i principi democratici, sospeso le garanzie costituzionali e causato un numero spropositato di “vittime collaterali”.
Oggi come ieri questo è stato. Ma questo è Stato?

*Pubblicato su: Il Dubbio, 8 agosto 2023

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Quel prezioso aiuto del “piantone” in aiuto del compagno di cella inabile

Nella quinta stazione della Via Crucis entra in scena Simone di Cirene, “un tale cha passava”, il quale viene costretto dai soldati romani ad aiutare Gesù a portare la croce fino alla collina del Golgota. L’aspetto coercitivo della vicenda narrata dagli evangelisti Marco e Matteo resta sullo sfondo. Risalta invece il carattere universale di un incontro involontario, non dissimile dai tanti che nell’arco della vita accadono tra soggetti sconosciuti, obbligati dalle circostanze a patire una sofferenza comune. “Cireneo” è infatti colui che, spontaneamente o meno non importa, assume su di sé la fatica e la pena di un altro.
La condivisione di una croce appartiene a quei gesti che sconcertano per la loro abbagliante bellezza. Non dipende dalla condizione personale dell’autore, che può a sua volta avere le spalle già gravate da un fardello proprio. È il caso dei detenuti che svolgono la funzione di “piantone” nelle carceri. Una figura preziosissima, della quale il mondo di fuori ignora l’esistenza. E che ricorre nei racconti di chi riesce a trovare bagliori di umanità in posti di frequente simili a gironi danteschi.
Nelle galere italiane vivono persone, condannate o in attesa di giudizio, non sempre totalmente autosufficienti a causa di patologie varie: in particolare, circa 600 disabili e un migliaio di ultrasettantenni che presentano malattie tipiche dell’età avanzata. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, prescrive il terzo comma dell’articolo 27 della costituzione, che è tuttavia scarsamente applicato nei luoghi di detenzione, al pari del diritto alla salute e – specialmente per i detenuti anziani – del principio della proporzionalità della pena e della sua funzione rieducativa.
Per questi soggetti la pena è doppia, dovendo essi scontrarsi con le molteplici criticità strutturali di edifici spesso fatiscenti: barriere architettoniche lungo il percorso (a volte lungo) che va dalla sezione al cortile del passeggio, gradini e marciapiedi malfermi, bagni inadeguati. Alla privazione della libertà si aggiunge quindi la mortificazione causata dalla perdita dell’autonomia nello svolgimento di azioni elementari.
In alcune prigioni i soggetti non autosufficienti vengono affiancati da un altro detenuto, appunto il piantone, che ha il compito di assistere e aiutare il compagno di cella nelle sue necessità personali e nelle attività che non è in grado di svolgere. Il piantone cucina, lava la biancheria, rassetta il letto, tiene pulita la cella. Sbuccia la frutta e taglia la carne: operazioni tutt’altro che semplici da realizzare con le deboli posate di plastica, per chi non può contare su una buona prensione della mano. Al pari del taglio delle unghie, al quale il piantone provvede. Accompagna l’anziano o il disabile in bagno e nelle docce comuni, nel passeggio e in infermeria, lo aiuta a vestirsi e ad allacciare le scarpe.
Non tutti i penitenziari possono contare sui fondi necessari per corrispondere il piccolo compenso destinato a queste figure, o comunque non ne dispongono a sufficienza per coprire il fabbisogno dell’istituto. Intervengono allora lo spirito di solidarietà e la legge non scritta che impone di soccorrere chi si trova in difficoltà. Per senso di umanità e per rispetto della dignità dell’individuo, che dovrebbero valere sempre e ovunque: per le persone libere così come per quelle incarcerate. Quella umanità che traspare quando, dopo avere condotto il compagno alla postazione per le videochiamate, il piantone dedica ai familiari in attesa nel display un sorriso rassicurante: «È tutto a posto, state tranquilli. Ci penso io a lui».

IL DUBBIO, 29 marzo 2023

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