Brunali ’u vurparu e la cancel culture

Qualcuno si ricorda ancora del vecchio “Brunali”. Ma chissà poi qual era il vero nome dell’ultimo cacciatore di frodo vissuto a Sant’Eufemia nella metà del secolo scorso. Di lui si è tramandato il soprannome, Brunali appunto: forse il nome Bruno storpiato, ma l’origine della ’ngiuria potrebbe anche essere diversa. Gli anziani raccontano di una figura corpulenta, almeno nei suoi ultimi anni. Colpa del peso aumentato dopo un incidente sul lavoro, per così dire. Si era infatti introdotto dentro una tana, ma il piede gli era rimasto incastrato in una radice e, forzando il movimento nel tentativo di liberarsi, si era procurato un infortunio che sottovalutò e non curò adeguatamente, da un ortopedico o in ospedale nella vicina Palmi, che avrebbe potuto raggiungere con la littorina. Guarì, ma si portò per il resto della vita una vistosa zoppia che comunque gli permise, a fatica, di continuare l’attività di bracconiere.
Le sue prede erano tassi, ricci, lepri, ma soprattutto volpi, il cui vello aveva mercato nella produzione di cappotti, colli e altro. L’animale scuoiato restava all’acquirente, il quale ne ricavava un lauto pranzo, mentre la pelliccia veniva portata ai conciatori di Palmi, che la essiccavano (per bloccare il processo di putrefazione) e la lavoravano in modo da mantenerla resistente, elastica e morbida: pronta per i mastri sarti che procedevano alla realizzazione dei capi di abbigliamento.
L’area di caccia di Brunali si estendeva da Candilisi a Crasta e al ponte della ferrovia. Non era insolito, a tarda sera, intravedere nel buio quest’uomo claudicante il quale, insieme alla gamba, trascinava due sacchi contenenti le tagliole e le lische di pesce stocco o le interiora che utilizzava come esca, da disseminare lungo il tragitto e da recuperare la mattina successiva. Brunali preferiva la tagliola d’acciaio al sistema a scatto con il cappio (in genere il laccio dei freni di una bicicletta) legato al ramo di un albero, che procurava la morte della selvaggina per impiccagione. Per cui spesso gli toccava finire a colpi di legno l’animale intrappolato.
Perché racconto questa storia? Perché non si può guardare al passato con gli occhi del presente. Credo che uno dei più grandi mali della società attuale risieda proprio nell’incapacità di contestualizzare fatti e personaggi storici. Ciò che oggi viene considerato un crimine barbaro, ancora sessanta o settanta anni fa veniva pacificamente accettato. Brunali, che “si mbuscava a campata” cacciando di frodo, non suscitava alcuna riprovazione sociale.
Tra piccola e grande storia non c’è differenza. L’estrapolazione degli avvenimenti dal contesto storico di riferimento è alla base della cosiddetta cancel culture, la furia iconoclasta che, trasferendo nel passato le considerazioni etiche del presente, ne impedisce la comprensione e porta i talebani del politicamente corretto a reclamare la cancellazione dei nomi delle strade, a richiedere l’abbattimento dei monumenti, la messa all’indice di opere letterarie e cinematografiche o la loro “correzione”. In sintesi, la cancel culture determina la condanna del processo evolutivo che ha determinato ciò che oggi siamo. È la morte dello storicismo, inteso come ricerca del senso storico degli avvenimenti mediante il loro inquadramento nel periodo e nel contesto sociale in cui si sono sviluppati.
Un popolo di contemporanei, senza futuro proprio perché senza memoria, non è affatto una buona notizia.

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