Essere Bob Dylan

Ha suscitato stupore il tour italiano di Bob Dylan, cinque concerti “phone free show” caratterizzati dal divieto di tenere accesi i telefonini. Con i fan costretti, all’ingresso, a inserire gli smartphone in una custodia tenuta sigillata per tutta la durata dell’esibizione. Cose da Bob Dylan, l’unico musicista Premio Nobel per la letteratura, che può permettersi di piegare il pubblico alle sue regole, di pretendere che sia la platea ad “andare verso di lui” per ascoltare esclusivamente le sue canzoni. A pensarci, la ragione più profonda e intima di un concerto dovrebbe riassumersi proprio in questa apparente banalità. Volare sulle ali dei versi, protagonisti assoluti delle esibizioni del menestrello di Duluth. Tanto è vero che Dylan quasi non si vede. Per quasi tutta la durata del concerto resta dietro il pianoforte collocato in un angolo del palco, nella penombra. Nel 2004 vissi l’esperienza unica di un suo concerto a Villa Erba, sul lago di Como. Com’è sua consuetudine, anche quella volta stravolse l’esecuzione delle sue canzoni, tanto da rendere faticoso persino il riconoscimento dei brani più celebri. Problema superato in questo tour, nel quale Dylan non ha neanche proposto i successi storici.
Dylan ci spinge a riflettere sulla funzione delle parole, sulla guerra che le vede soccombere sotto il maglio delle immagini. Una battaglia romantica perché destinata alla sconfitta, pertanto eroica; ma che è riduttivo archiviare come provocazione snobistica. Un gesto rivoluzionario, semmai, che sfida il conformismo con l’arma della libertà. La propria.
Al giorno d’oggi, il bando dei telefonini da un concerto è surreale. La partecipazione a qualsiasi evento non appare finalizzata al godimento di un momento irripetibile, la sensazione è che sia più importante fare sapere di “esserci”. Contano le immagini, che siano fotografie o video da postare sui social.
Le parole sono morte, uccise dall’enfasi e dalla retorica, bistrattate da commenti tutti uguali, pescati a piene mani dagli abusati aforismari del web. Tutto è superlativo, “bellissimo” e “straordinario”: da filmare e fotografare, per qualche like in più. Viviamo in un mondo alla rovescia, che considera eccezionale la normalità ed essenziale il futile. Per restare nel paradossale campo delle immagini, non proprio un bel vedere.

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