Diciannove anni senza Adelina, e sembra ieri

Con gli amici dell’Agape oggi abbiamo onorato il ricordo della cara Adelina. È incredibile come a distanza di diciannove anni la sua voce continui a parlarci, il suo sorriso a regalarci serenità. Un anno dopo la sua scomparsa scrissi alla sorella Antonietta e quella lettera poi è finita tra le pagine del suo libro “Una scia di luce. Nessuna vita è breve” (Laruffa Editore, 2010), che raccoglie gli scritti di Adelina e le testimonianze dei suoi amici. La ripropongo oggi, ed è un modo per ringraziare ancora.

Cara Antonietta,
sin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Adelina ho avvertito l’esigenza di comunicarti ciò che per me ha significato questo evento tanto luttuoso quanto sconvolgente.
Si è trattato probabilmente dell’avvenimento che più mi ha cambiato, dopo il quale non sono più stato lo stesso.
Già allora volevo parlartene perché, pur conoscendoti pochissimo, ho avuto la sensazione, maturata attraverso qualche sorriso o abbraccio (uno sguardo vale davvero più di mille parole), che tu mi leggessi nel pensiero, che la tempesta emotiva che si era scatenata dentro di me fosse a te visibile.
In quei giorni però non riuscì a parlarti, né a scriverti. Probabilmente, non era ancora giunto il momento.
E’ quasi trascorso un anno e tutto ora mi sembra più comprensibile.
Non ho mai frequentato la Chiesa, né l’Azione cattolica. Mi sono avvicinato all’Agape quando ormai Adelina si era trasferita in pianta stabile a Fiuggi: insomma, non posso dire di essere stato tra i suoi amici più intimi, anche se spesso abbiamo trascorso momenti belli insieme.
Poco prima della sua malattia abbiamo avuto modo di scambiarci qualche email e così, forse, ci siamo conosciuti meglio.
Poi è subentrata la malattia e l’inizio del suo Calvario. E’ stato quello il momento decisivo.
Io, che avevo cercato ovunque la presenza di un Dio a me sfuggente, che non riuscivo a spiegarmi il perché del dolore nella vita degli uomini, che avevo sempre faticato ad accettare persino l’idea che altri riuscissero a darsi una spiegazione, ebbene, in quel momento vidi tutto, trovai Dio laddove mai avevo pensato potesse esserci.
Dio era con Adelina, era la sua stessa sofferenza, era la sua lotta senza speranza sì, ma pregna di un significato universale.
Ogni volta che venivo a trovarla mi ripetevo che dovevo dirglielo, che dovevo ringraziarla per tutto ciò che la dignità con la quale ha affrontato la malattia mi aveva insegnato. Soprattutto, sentivo il bisogno di ringraziarla per avermi fatto conoscere Dio senza invitarmi a leggere questo o quel libro, senza impartirmi alcuna lezione teologica, come in passato avevano fatto (in buona fede, certo) tanti altri.
La sua testimonianza è stata per me la lezione più proficua.
Per tanti motivi, tutti questi pensieri rimasero dentro la mia testa. Li ho messi per iscritto, in seguito, su un foglio che è conservato nella cappella dove mi reco spesso per pregare e dove, finalmente, riesco ad avvertire la presenza di Dio.
Un caro abbraccio,
Domenic

Questo, invece, il testo del biglietto citato nella lettera:
L’amore è la chiave di tutto. Essere in grado di avvertire il calore. Potrebbe essere questo il segreto. Allora ti rendi conto di quanto ce ne sia, a portata di mano, e non te ne eri mai accorto. Studi, leggi un sacco di libri e la risposta era là, proprio davanti a te, da sempre. Aspettava solo di essere decifrata.
Capisci che pure l’assenza gioca un suo ruolo anch’esso importante. Potrebbe apparire una contraddizione: l’amore ha bisogno di vivere, di farsi vedere, di coinvolgere. L’amore ha bisogno di farsi amare. Invece non sempre è così. In un preciso momento, si manifesta proprio perché assente.
C’è sempre stato, ma non l’avevi percepito. Per abbagliare ha dovuto spegnersi, annullarsi, scomparire, almeno apparentemente. Perché, in realtà, vive con maggiore forza di prima.
È questo il senso della Via Crucis, di tutte le vie crucis.

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Cinque anni fa

Quel 27 gennaio, ovunque ci si voltasse, erano soltanto occhi gonfi. Quando in una piccola comunità viene a mancare una giovane vita, stringersi attorno alla famiglia è un gesto istintivo, un riflesso naturale. Un modo per fare e farsi forza, tutti assieme.
La morte di Adelina Luppino è stata un dolore troppo grande, che ognuno hai poi elaborato individualmente (ma anche collettivamente) nel tempo, pur continuando a portarlo dentro di sé, “come una pietra leggera” – direbbe il poeta. In tanti abbiamo seguito, più o meno da vicino, la sua personale via crucis, accompagnandola stazione dopo stazione, e trovando – noi – nelle sue parole, nella sua testimonianza di vita e di fede, il conforto per quel vuoto che immaginavamo avrebbe lasciato.
Come in un flashback: il freddo sferzante, una lama che tagliava visi solcati da lacrime. Una ragazza minuta che tremava, quasi saltellava, nel tentativo inutile di soffocare il pianto. Una folla immensa. Muta. Attonita. Un silenzio che metteva i brividi, interrotto soltanto dai singhiozzi. “Su ali d’aquila”. Il dolore e la dignità di una mamma che forse ancora oggi non riesce ad accettare la crudeltà di un destino che l’ha fatta sopravvivere alla figlia.
Una scia di luce è il titolo del libro che la sorella Antonietta ha curato, raccogliendo lettere, pensieri e poesie di Adelina. Una scia di luce è quel che ci rimane di lei, scintillante. Come nell’estate scorsa, quando grazie al “suo” contributo l’Agape è riuscita a portare a Lourdes un gruppo di disabili.
Per ricordare Adelina, gli amici dell’Agape si sono dati appuntamento alle 12.00 di venerdì 27 per recarsi al cimitero. Nella chiesa di Sant’Eufemia, alle 18.00, sarà celebrata una Santa Messa in suo ricordo, mentre a partire dalle 20.00 ci si ritroverà presso la sede per cenare e trascorrere la serata insieme.

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