C’è molta confusione sotto il cielo del PD. La situazione dovrebbe essere eccellente (ma non lo è)

Come Jacques de La Palisse, il generale francese morto in battaglia a Pavia nel 1525, anche il partito democratico “se non fosse morto sarebbe ancora in vita”. La parabola elettorale del PD dimostra come in politica quasi mai due più due fa quattro. Il tentativo di fondere due tradizioni importantissime nella storia della Repubblica italiana, quella cattolica e quella comunista, è stata un’iniziativa nobile e per certi versi romantica. Ora però occorrerebbe prendere atto che l’esperimento è fallito miseramente e che, probabilmente, sarebbe il caso di fare un passo indietro. Se errare è umano, perseverare, in questo caso, è masochista. È evidente che alleati ma separati si ottengono risultati più positivi, alla faccia della vocazione maggioritaria del partito e di un bipartitismo impossibile nel nostro sistema politico. Lo dice anche la storia. L’unificazione socialista realizzata nel 1966 fu sonoramente rispedita al mittente dagli elettori due anni più tardi, quando PSI e PSDI ottennero, insieme, il 4,5% di voti in meno rispetto a quelli conquistati, separatamente, nelle precedenti elezioni. Guarda caso, una percentuale quasi identica a quella ottenuta dal PSIUP, che in quell’occasione realizzò l’unico exploit della sua breve esistenza. Nenni e Saragat, che non erano fessi, compresero che quella bocciatura esprimeva la rivendicazione di un elettorato che voleva custodire gelosamente la propria identità. Per cui preferirono fare ritorno ai rispettivi alvei partitici.
E poi, cos’è, oggi, il PD? Qualcuno sarebbe in grado di spiegarne strategia e linea politica? La sua classe dirigente è sempre impegnata a rincorrere e strattonare la giacca di chi, incidentalmente e per le più svariate ragioni, sembra essere in grado di mettere in difficoltà Berlusconi. Lo ha fatto con Fini, con Casini, con Montezemolo, con Emma Marcegaglia, addirittura potrebbe essere disposta a farlo con Tremonti. Ma così non si va da nessuna parte. Altrimenti avrebbero dovuto puntare su José Mourinho o Veronica Lario, gli unici davvero in grado di appannare l’immagine di invincibile che il premier con ostentato auto-compiacimento promuove. A furia di flirtare con il terzo polo, nell’attesa messianica di un incidente di percorso che azzoppi definitivamente il presidente del consiglio, il PD si è ridotto a fare il figurante di una rappresentazione in cui i protagonisti sono altri. Guardiamo a casa nostra, in Calabria. C’è un commissario, Adriano Musi, con un compito poco chiaro a lui per primo. Adamo e Bova, i dioscuri provenienti dalla tradizione comunista, al momento sono fuori dal partito. L’altro uomo forte del PD calabrese, Loiero, gioca da sempre una partita in proprio, nonostante la ricorrente puntualizzazione (excusatio non petita) di essere stato tra i fondatori del partito. Una posizione molto sui generis, certificata dall’esistenza di Autonomia e diritti. Il PD non è in grado di avanzare una candidatura credibile e seria né alla provincia, né al comune di Reggio. Per questo sembra cercare qualcuno da sacrificare (film già visto con la candidatura, alle passate comunali, di Lamberti-Castronuovo, praticamente abbandonato al proprio destino). Si parla di un “papa straniero”, De Sena o Minniti. Ma con quali criteri vengono scelti i candidati? Non occorre essere dei geni, basta possedere un minimo di buon senso per comprendere che in un comune il candidato a sindaco deve essere espressione del territorio per avere qualche possibilità di vittoria. Caratteristica che non appartiene, per mille motivi, né a De Sena, né a Minniti. Per la provincia, si attende la nascita del terzo polo e l’eventuale candidatura di Fuda. Come nelle passate regionali, il rischio è che, alla fine, un accordo UDC-PDL possa mandare tutto all’aria. Anche in questo caso, l’attendismo e l’immobilismo del PD risultano incomprensibili, e di corto respiro la sua strategia politica.
Il finale, scontato, rimanda alla celebre scena in cui Fantozzi, tutto preso dalla visione della partita della nazionale di calcio, neanche capisce ciò che gli succede intorno e alla moglie che gli sta confessando di essersi innamorata di un altro dice “va bene, ora che l’hai detto puoi andare”. Manca solo il rutto libero.

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L’anno che verrà

Dopo avere scacciato la malinconia e la tristezza procurate dalla morte di Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, Aldo Giuffré, Dino De Laurentiis e Mario Monicelli, salutiamo il vecchio anno riassumendo gli avvenimenti che possono essere di buon auspicio per il 2011.
Abbiamo appurato che le “rivelazioni” di Wikileaks tanto rivelazioni non erano, ma anche che il problema della riservatezza e della segretezza delle informazioni nell’epoca di internet è una questione che va oltre la vicenda personale di Julian Assange. Altra scoperta: potrebbe esserci un giudice a Berlino. I diciotto anni inflitti a Calisto Tanzi per il crack Parmalat dimostrano, finalmente, che i pescecani della finanza nostrana non sempre la fanno franca. Vanno poi accolte positivamente le condanne inflitte in primo grado per la morte di Federica Monteleone, la ragazza deceduta all’ospedale di Vibo durante un intervento di appendicectomia. Anche se l’aspetto giudiziario non deve sviare l’attenzione da un problema grave e strutturale, quello della scadente preparazione di certo personale presente in alcuni ospedali per meriti non proprio professionali.
La lotta alle mafie deve diventare soprattutto una battaglia culturale. Se si riduce al pur encomiabile sforzo giudiziario e repressivo delle forze dell’ordine e della magistratura, ci ritroveremo sempre ad applaudire nei cortei antimafia e ad eleggere politici che fanno la fila dietro la porta dei malavitosi.
La rivolta degli extracomunitari di Rosarno non è stata soltanto la realizzazione della profezia fatta da Pier Paolo Pasolini in Alì dagli occhi azzurri: tragicamente, ha sferrato un pugno nello stomaco a tutti quelli che avevano rimosso il nostro passato di migranti discriminati e sfruttati, e ha posto con forza l’attualità dei temi dell’integrazione e della convivenza civile come sole ipotesi praticabili.
Il 2010 non è passato invano se i cittadini riusciranno ad avere un sussulto di dignità di fronte alle escort pagate per avere aggiudicati i lavori del G8, agli appartamenti vista Colosseo comprati con i soldi di “sconosciuti”, alle nomine a ministro fatte per scansare qualche processo, al linciaggio mediatico degli avversari politici, all’Italia dei festini, del bunga-bunga e delle nipoti di Mubarak, dei corrotti e dei condannati per mafia tranquillamente seduti in Parlamento. Se non occorrerà di nuovo la guerriglia di Terzigno per accorgersi che l’emergenza rifiuti in realtà non è mai finita a Napoli e in Campania, e se i cittadini si renderanno conto che la questione dei rifiuti dipende anche dal loro senso civico. Se si capirà che i crolli di Pompei e, più in generale, il depauperamento dello straordinario patrimonio culturale italiano non sono più tollerabili. Se per comprendere che la montagna è un bene prezioso, da preservare e non da stuprare, non occorrerà vederla scivolare a valle come è accaduto a Maierato. Se si coglierà il messaggio lanciato dal disastro ambientale causato da una piattaforma petrolifera nel golfo del Messico: il rispetto della natura rappresenta un passaggio obbligato per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Se la solita mattanza di vittime sulla statale 106 jonica (nove nel 2010) basterà per indicare quali dovrebbero essere le priorità per il settore dei trasporti nel Mezzogiorno, al di là degli spot propagandistici sull’immaginifico ponte sullo Stretto. Se sarà abolita la tv del dolore; se non si vedranno plastici negli studi televisivi; se le telecamere non saranno mai più puntate giorno e notte davanti alle case delle tragedie; se si avrà il pudore di non rimuovere il lenzuolo bianco dal corpo dei cadaveri per un punto percentuale di share.
Il migliore sms ricevuto (“La vittoria dei mulino a vento è da considerarsi provvisoria. Auguri”) ci ricorda quanto sia importante la capacità di sognare e di coltivare la speranza in un mondo migliore. Sognare non costa molto. Se hai il piano tariffario giusto, è addirittura gratis.

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Caro Presidente

Ill. mo Presidente della Repubblica, On. le Giorgio Napolitano,
mi chiamo Domenico Forgione, sono dottore di ricerca in Storia dell’Europa mediterranea dal 2004 (titolo conseguito presso l’Università di Messina) e sono iscritto all’albo regionale dei giornalisti per la regione Calabria (elenco pubblicisti). Per sei anni ho lavorato come corrispondente locale de “Il Quotidiano della Calabria”, mentre continuo tutt’ora a fare parte del comitato di redazione della rivista di studi internazionali “Grotius” (edita dall’Università di Messina) e del comitato scientifico della rivista di studi sull’emigrazione “Neos” (edita dalla regione Sicilia). Sono stato anche negli Stati Uniti (2002), al seguito di una delegazione di studiosi che ha condotto una ricerca sugli italoamericani di terza generazione. Nel corso degli anni ho pubblicato tre monografie e diversi saggi di storia contemporanea. Seguo con passione gli avvenimenti politici e di attualità, tanto da utilizzare un blog personale (www.forgionedomenic.blogspot.com) per esporre il mio modesto pensiero su ciò che accade nella nostra società. Con soddisfazione sottolineo che molti di questi articoli sono stati pubblicati su diversi quotidiani locali (Calabria Ora, Il Quotidiano della Calabria).
Si sta chiedendo dove sta il problema? Il problema sta proprio in queste competenze, in questa mia attitudine allo studio e alla riflessione che non hanno alcuna utilità dal punto di vista materiale. La mia carriera universitaria si è praticamente arenata. I miei genitori non sono professori universitari, ma onesti e orgogliosi cittadini che hanno trascorso molti anni all’estero (io stesso sono nato in Australia), che hanno soltanto la quinta elementare e che con enormi sacrifici sono riusciti a fare laureare uno dei loro tre figli. Nei giornali o comunque nel mondo dei media vi sono difficoltà non minori. Difatti, una volta conseguito il tesserino di giornalista pubblicista, nessuno ha accettato la mia proposta – che poi era anche coerente con il mio percorso formativo – di assegnarmi un ruolo diverso da quello di corrispondente locale a 5 centesimo a rigo. Per questo motivo ho preferito non collaborare più. Paradossalmente, mentre prima mi facevano scrivere soltanto di cronaca bianca, sagre e feste di paese, ora che non ho neanche quell’avvilente contratto da co.co.co., mi pubblicano articoli di approfondimento politico che prima mi erano tassativamente vietati, perché le gerarchie della redazione vanno rispettate!
A 37 anni, sono un precario che più precario non si può. Terminato il dottorato di ricerca mi sono ritrovato con un pugno di mosche in mano e con poche possibilità di fare fruttare le mie competenze, avendo investito quasi tutto in una carriera universitaria che non riesce ad avere alcuno sbocco proficuo. I miei molteplici tentativi di cercare una qualche sistemazione sbattono contro un’amara realtà: la mia età costituisce ormai un serio ostacolo, così come il fatto che non possiedo alcuna professionalità “manuale” – quella intellettuale evidentemente non serve proprio. Cerco di coltivare i miei interessi intellettuali per quanto può una persona che, con laurea, dottorato e pubblicazioni, si ritrova a fare, ogni tanto (neanche con costanza), lavori per i quali non sarebbe stato necessario alcun titolo, né scolastico, né accademico.
Ill.mo Presidente, il mio è uno sfogo come tanti altri, presumo. Ma uno Stato che non riesce a dare una possibilità ha fallito tanto quanto chi si trova nella mia condizione.
Cordiali saluti
Domenico Forgione

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Grazie, vecio

Ci sono istantanee che fanno parte dell’album sentimentale di una nazione. Una di queste immortala – sull’aereo che, nel luglio del 1982, riportava in Italia gli eroi del Bernabeu – la partita a scopone tra il presidente della Repubblica Sandro Pertini e il capitano Dino Zoff contro il commissario tecnico Enzo Bearzot e il “barone” Franco Causio. Sul tavolo, la coppa del mondo conquistata a Madrid. Ora che il vecio se n’è andato, è inevitabile farsi prendere dalla nostalgia per quello che eravamo 28 anni fa. Per un bambino di nove anni, Bearzot era un nonno burbero, di quelli severi nell’educazione dei nipotini, pronti al rimprovero quando sentono una parolaccia o notano la mancanza di quel rispetto dovuto alle persone anziane. Me lo immaginavo così, Bearzot: stretto in quella giacchetta bianca e con l’inseparabile pipa in bocca.
Non era iniziato bene il mondiale degli azzurri. Tre pareggi striminziti contro Polonia (0-0), Perù (1-1, gol di Bruno Conti), Camerun (1-1, gol di Ciccio Graziani) e il passaggio al secondo turno, in un girone di ferro contro l’Argentina di Maradona e Ardiles e il Brasile di Falcao e Zico (ma anche di Socrates, Junior, Cerezo). La critica e gli italiani, al solito feroci con chi è in disgrazia (sempre pronti, di contro, “a soccorrere il vincitore”, come infieriva Ennio Flaiano) sparavano quotidianamente contro gli azzurri. Per la prima volta nella storia del calcio italiano fu adottato il silenzio stampa. A parlare con i giornalisti, soltanto Zoff e Bearzot, entrambi friulani, entrambi taciturni. Come spesso accade all’Italia quando è affacciata sul baratro, la squadra si compattò attorno al commissario tecnico e riuscì a realizzare l’impresa: 2-1 all’Argentina (Cabrini e Tardelli); 3-2 al favoritissimo Brasile (tripletta di Rossi); 2-0 alla Polonia in semifinale (doppietta di Rossi); apoteosi finale con il 3-1 alla Germania (ancora Rossi, l’urlo di Tardelli, il sigillo finale di “spillo” Altobelli, che per l’unica volta nella sua carriera esultò alzando entrambe le braccia, abbandonando la consueta compostezza del solo indice puntato verso il cielo).
L’epopea poetica di quel gruppo di eroi passa attraverso la cantilena della formazione, in un’epoca in cui ancora era possibile mandarla giù a memoria, visto che giocavano sempre gli stessi per anni: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Ancora il binomio calciatore/velina non esisteva e gli atleti non somigliavano a modelli di Armani: non avevano acconciature strane (al massimo, il cespuglio di capelli di Collovati), non si facevano tatuaggi, non si tiravano le sopracciglia (indimenticabile il “sopracciglione Bergomi” di Teo Teocoli). Me li immaginavo come guerrieri omerici: il carisma del quarantenne Zoff, l’ardore di Gentile (chiedere a Maradona e Zico, in tempi in cui – va ammesso – gli arbitri estraevano i cartellini con parsimonia), l’eleganza di Collovati, la classe di Scirea, la modernità di Cabrini, l’universalità dell’insonne Tardelli, il genio di Conti (il più “brasiliano” degli azzurri), la cocciutaggine di Graziani, il fiuto di “Pablito” Rossi, le geometrie di Antognoni, i polmoni di Oriali (celebrati anche da Ligabue). E poi Marini, Causio, Altobelli, il diciottenne Bergomi, (lo “zio” che nascondeva la sua età dietro due incredibili baffoni neri), che disputò anche la finale al posto dell’infortunato Antognoni. Quell’11 luglio eravamo una cinquantina “da Mario”, i più piccoli a gambe incrociate per terra, gli altri dietro, seduti nelle sedie o in piedi. Il televisore, un Phonola 28 pollici issato a un metro e mezzo d’altezza, non consentiva la visione degli attuali 52 pollici hd a schermo piatto, soprattutto ai più distanti. Ma l’emozione e l’entusiasmo sono incancellabili. Pertini che, al suo solito, accantona l’aplomb istituzionale e fa il tifoso in tribuna, i minuti finali concessi al fedelissimo Causio, la commozione di Nando Martellini al triplice fischio con quel “campioni del mondo” ripetuto tre volte. Poi tutti di corsa fuori dal bar, a piedi verso piazza Municipio, con le bandiere e il cuore che andava a mille.

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La prova di forza

Verrebbe da rispolverare il “rieccolo” affibbiato da Indro Montanelli ad Amintore Fanfani, l’esponente aretino della Democrazia Cristiana sei volte presidente del Consiglio, tre presidente del Senato, una sfilza di incarichi in mezzo secolo di carriera, reso celebre per la capacità di risorgere proprio quando appariva in declino e fuori dai giochi. Come la mitologica araba fenice, rinata dalle proprie ceneri dopo la morte. Da questo punto di vista, tralasciando le facili ironie sul comune aspetto “brevilineo”, la similitudine è calzante.
Appuntarsi il nome dei perfetti sconosciuti che con una piroetta magistrale hanno compiuto il salvataggio del governo può essere utile per contabilizzare il degrado morale di questa classe politica. Ma nulla più, considerati i molteplici precedenti storici. Semmai, ripropone più forte la questione della necessità di riformare l’attuale legge elettorale, per restituire al popolo il potere effettivo di scegliersi i propri rappresentanti: l’unico modo per potere così “punire” i Calearo, i Cesario, i Razzi, e gli Scilipoti di turno. Riposto nel cassetto il pallottoliere, occorre invece individuare il significato politico del voto di fiducia. La vittoria numerica di Berlusconi è incontestabile, così come sembrano decisamente mortificate le ambizioni di Fini. Ma una vittoria numerica non si trasforma necessariamente in vittoria politica. Lo si vedrà con chiarezza nei prossimi giorni, quando la Camera diventerà un campo minato per un governo senza maggioranza nelle Commissioni e che, di fatto, è “di minoranza”. Non soltanto perché la soglia dell’autosufficienza è a quota 316, ma soprattutto perché circa trenta parlamentari con incarichi nell’esecutivo raramente si fanno vedere a Montecitorio. In soldoni, ciò significa che l’approvazione di qualsiasi provvedimento legislativo sarà subordinato all’accordo con l’opposizione, che ne approfitterà per fare passare i propri emendamenti, indebolendo così di molto l’azione governativa.
Viene quindi da pensare che l’obiettivo reale della prova di forza voluta da Berlusconi non fosse il proseguimento di questa esperienza governativa, bensì la riaffermazione della propria leadership, per tenere il mazzo, distribuire le carte e non essere fatto fuori da una congiura di palazzo. Dalla posizione di forza acquisita, Berlusconi può ora condurre il gioco indirizzandolo verso le sole due ipotesi per lui accettabili: una crisi pilotata che conduca al suo reincarico e all’allargamento della maggioranza; in alternativa, le elezioni anticipate. Eppure, nonostante l’affermazione muscolare del premier, il ciclo storico e politico iniziato nel 1994 può ritenersi concluso. L’immagine che ci viene consegnata è quella di un leader barricato dentro il bunker, con a fianco il solo Bossi nel doppio ruolo di protettore e ispiratore, mentre all’esterno il paese “reale” non corrisponde più alle foto idilliache dei tanti opuscoli di propaganda giunti in questi anni nelle case degli Italiani. Come è stato da più parti osservato, quella di Berlusconi rischia di rivelarsi un’effimera vittoria di Pirro.

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Una chiacchierata inattesa e salutare

I problemi delle associazioni sono risaputi: c’è la crisi delle “vocazioni”, poco ricambio e sempre gli stessi a tirare la carretta. Eppure l’associazionismo continua a rappresentare una straordinaria risorsa. Basti pensare a tutte le manifestazioni che annualmente vengono organizzate, all’aggregazione che si crea, a quel senso di appartenenza che fa sentire ognuno parte di una grande famiglia e protagonista di un progetto utile per la comunità. Come avviene da tantissimi anni, ad esempio, con l’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, della quale il 12 dicembre ricorreva il 35º anniversario, una data che sarebbe stato doveroso onorare e che è invece passata tra l’indifferenza generale. Sant’Eufemia deve tanto alla “Sant’Ambrogio” e a “Vincenzino” Fedele, un uomo minuto e tenace, costantemente occupato in qualche progetto a dispetto della non più verde età. Compagnia teatrale, gruppo folcloristico, mini festival, carnevale, sagre, esposizioni di lavori artigianali, manifestazioni sartoriali, festa della famiglia, gite, la rivista “Incontri”. La “Sant’Ambrogio” è stata tutto questo e, per alcune iniziative, lo è ancora. Non solo. È stata una fucina di volontari che poi hanno messo a disposizione di altre associazioni quell’esperienza. Se dovessi scegliere cosa riproporre, non avrei alcuna esitazione: “Incontri”. Per una questione sentimentale (vi scrissi il mio primo articolo, a diciotto anni), ma soprattutto perché sono convinto che al paese sia utile “quello” strumento di approfondimento e di crescita culturale.
Qualche giorno fa ho casualmente preso parte, insieme ad un gruppo di amici impegnati nell’associazionismo eufemiese, ad una conversazione con Rocco Cutrì, neo-assessore alla cultura, sport, spettacolo, turismo e protezione civile. Quale migliore interlocutore per discutere dei problemi delle associazioni e del rapporto con le istituzioni? Il confronto è stato piacevole e, ritengo, anche proficuo, perché la conversazione è sempre produttiva quando si è inclini all’ascolto. Sulla recente manifestazione svoltasi in paese (“Sant’Eufemia ti premia”), è emersa qualche critica, nonostante il riconoscimento della validità di un’iniziativa che, riproposta, potrà andare meglio se si correggeranno gli aspetti – soprattutto quello logistico – rivelatisi inadeguati in questa edizione.
Conoscevo l’uomo Rocco Cutrì e sulla sua serietà non credo sia possibile eccepire. Ho scoperto ora l’assessore: un amministratore aperto al dialogo e al confronto che ha delle idee, tanta voglia di fare e nessun timore di mettersi in gioco.
Non è piaggeria. Piuttosto, la rivendicazione di una libertà di pensiero che alcuni non riescono a comprendere, né ad accettare, annebbiati come sono da un miope manicheismo. Pare infatti che il mio articolo sull’ultimo consiglio comunale abbia provocato qualche bruciore di stomaco. Vorrei tranquillizzare chi non mi conosce. Le mie opinioni rispecchiano sempre il mio reale pensiero, al di là di simpatie e antipatie personali. Possono essere giuste o sbagliate, non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma non sono mai preordinate, né strumentali.

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Vent’anni d’amore

Sono passati quasi vent’anni da quel luglio del 1991, quando un gruppo di amici motivati e impegnati nel sociale, su impulso di don Benito Rugolino, sacerdote eufemiese che opera a Torino, diede vita all’associazione di volontariato cristiano “Agape”. Agape è l’amore disinteressato e gratuito, un dono al prossimo per il quale non si attende nulla in cambio. Agape è una lunghissima storia d’amore che fa parte della storia stessa di questo nostro paese. In due decenni, sono moltissimi coloro che a vario titolo si sono avvicinati all’associazione e con umiltà, in silenzio e lontano dai riflettori, hanno prestato e continuano a prestare la propria opera al servizio dei soggetti più emarginati della società.
Il primo direttivo, presidente l’avvocato Luigi Surace, diede impulso all’assistenza domiciliare agli anziani, all’assistenza scolastica e ricreativa per i minori disagiati, alla consulenza sociale e sanitaria in favore di nuclei familiari bisognosi. Risale invece alla fine degli anni Novanta la realizzazione di iniziative in favore dei disabili: tra tutte, la colonia estiva, da più di un decennio appuntamento fisso dell’associazione presieduta dal 2002 dall’avvocato Pasquale Condello. Per cercare di soddisfare le esigenze di tutti i partecipanti (volontari e assistiti), nel corso degli anni sono cambiate le modalità e i tempi del suo svolgimento, ma immutati si sono mantenuti l’amore e l’impegno che consentono sempre un’ottima riuscita. Poiché la contiguità territoriale rappresenta una formidabile chiave di successo di questa iniziativa, per la terza volta consecutiva teatro dell’estate dell’Agape, nel 2010, è stata Bagnara. Per una settimana, una quindicina di volontari si sono alternati, con turni diurni e notturni, per fornire un’assistenza adeguata, costante e amorevole ai disabili che hanno convissuto con loro in un alloggio preso in affitto grazie ai proventi dell’autofinanziamento, delle offerte private e delle donazioni del 5 per mille. Altri soggetti disabili sono stati invece accompagnati ogni mattina da Sant’Eufemia a Bagnara e riaccompagnati la sera dai volontari che quotidianamente facevano la spola per risolvere eventuali problemi di natura logistica. Tra le altre iniziative dell’associazione vanno ricordati i pellegrinaggi (almeno uno l’anno), l’assistenza scolastica per minori svantaggiati, le iniziative periodiche in favore dei disabili, l’assistenza agli anziani, l’organizzazione della “giornata annuale del malato” (11 febbraio), “Natale (e Pasqua) di solidarietà”, la formazione dei volontari mediante la partecipazione a corsi come quello sul “Primo soccorso” tenuto dalla Croce Rossa Italiana e ai seminari di approfondimento, convegni e incontri organizzati dal MOVI (movimento organizzato volontari italiani).
In occasione del decennale, l’associazione si era posto come obiettivo l’acquisto di un pulmino per il trasporto di minori, anziani e disabili. Quel “sogno” è stato realizzato, grazie soprattutto alla generosità di quanti – e sono tanti – dimostrano con gesti concreti di apprezzare e sostenere sempre l’operato dell’Agape. Per il 2011, una data importante per l’associazione, che festeggerà vent’anni di attività, il sogno da realizzare è un pellegrinaggio a Lourdes con i disabili. Siamo sicuri che anche questo importante traguardo sarà raggiunto.

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Fine della corsa

Forse non siamo nella Bisanzio “insondabile” cantata da Francesco Guccini, in bilico tra il vecchio che va scomparendo e il nuovo che non si è ancora manifestato (“qualcosa sta cambiando, ma è un debole presagio che non dice come e quando”), ma di certo un ciclo storico sta volgendo mestamente al tramonto. Al di là di ciò che accadrà il 14, niente sarà più come prima. Che Berlusconi riesca a rabberciare una maggioranza o che vada sotto, difficilmente questo governo porterà a termine la legislatura. Fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica, resta da capire se è praticabile la strada del cosiddetto governo di “responsabilità nazionale” o se la crisi ci condurrà dritti alle urne. La prima ipotesi sarebbe saggia, ma bisogna fare i conti con Lega e PDL, per nulla disposti a farsi da parte dopo avere vinto le elezioni. La seconda sarebbe logica e coerente con il funzionamento delle moderne democrazie: quando c’è una crisi di governo, la parola torna agli elettori.
Una lettura dei fatti non faziosa induce però a riflettere su di una questione affatto secondaria. È probabile che la società italiana si stia riprendendo ciò che aveva dovuto cedere con Tangentopoli. Berlusconi ha rappresentato un’anomalia per lo più subita nella patria delle fazioni, dei particolarismi, del frazionamento degli interessi. Piaccia o no, in Italia sarà sempre impossibile ridurre tutto a due partiti, a due visioni. Esistono troppe differenze. Tra nord e sud, all’interno di ogni singola regione e persino a livello provinciale. Questo Paese può stare insieme soltanto se tutte le sue componenti hanno voce.
Occorre quindi spostare indietro le lancette? L’antitesi rappresentatività/governabilità è stata risolta, nella Prima Repubblica, a vantaggio esclusivo del primo corno del dilemma. Nel Parlamento era presente “tutta” la società italiana, in virtù di un sistema proporzionale che prevedeva il recupero quasi integrale dei resti. Conseguenza immediata della frammentazione politica era però la brevità della durata dei governi, una media di circa nove mesi dal 1948 al 1992. Troppo poco per dare continuità all’azione governativa. Di fatti, un sistema talmente ingessato si reggeva soltanto per l’impossibilità dell’alternanza, sancita dalla conventio ad excludendum. Nella Seconda Repubblica è stata invece privilegiata la governabilità, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: una classe politica praticamente assediata dentro il Palazzo. La ricerca di nuovi strumenti di pressione e di rappresentanza (Forum, class action, social network), al di fuori dei circuiti politici tradizionali, è dovuta proprio allo scollamento evidente dei partiti dalla società. E il corto circuito esplode perché il sacrificio di quote di potere in nome della governabilità si rivela del tutto vano. Di fatti, a parte il Berlusconi del 2001-2006, dal 1994 ad oggi nessun presidente del Consiglio è rimasto in sella per l’intera legislatura.
La fine dell’ “era Berlusconi” porterà ad un rimescolamento profondo di idee, metodi di governo, contenitori politici, alleanze e, si spera, ad una maggiore tutela degli interessi generali rispetto a questioni più personali che politiche. Ad una classe politica che si auspica rinnovata, toccherà il compito di riuscire finalmente a conciliare le ragioni della governabilità con quelle della rappresentatività.

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C’è nessuno?

Nell’opera teatrale La cantatrice calva di Eugène Ionesco, il signor Martin sostiene che, quando si va in giro, si vedono cose straordinarie. Addirittura, si può incontrare un signore che legge beatamente il giornale sul tram. Il dilemma che non gli dà pace è però complicatissimo: quando bussano alla porta, c’è qualcuno oppure no? La risposta è tutt’altro che scontata: a volte sì e a volte no.
Lo spettacolo messo in scena nel consiglio comunale di ieri è stato davvero degno del teatro dell’assurdo. Ad un mese dalle dimissioni del vicesindaco, Pippo Ascrizzi, il sindaco ha ritenuto di dare delle “comunicazioni”. Meglio tardi che mai. Un’opposizione più attenta avrebbe dovuto incalzare l’amministrazione sulla questione, magari con un manifesto pubblico che sottolineasse l’anomalia di due dimissioni consecutive, quelle dell’ex presidente del consiglio comunale, Tonino Alati, e quelle, appunto, di Ascrizzi, entrambe “per motivi personali”.
Lo intuiscono anche i sassi che i motivi sono altri. Eppure, tutto tace. Il torpore più assoluto. D’altronde, la classe politica e amministrativa è espressione della cittadinanza. La quale, tanto per usare un eufemismo, non dimostra particolare interesse per le vicende del Comune. Altrimenti, ad un consiglio comunale convocato dopo le dimissioni del vicesindaco, avrebbero dovuto assistere più cittadini rispetto ai nove – compresi i dipendenti comunali – che non hanno certo faticato per trovare le poltroncine libere.
Nello specifico, il sindaco ha dato lettura delle dimissioni di Ascrizzi, chiosandole – e qui sta la demenzialità – con l’auspicio beffardo che il suo ex vice possa continuare a dare il proprio contributo all’amministrazione comunale per la crescita del paese. Invece dell’apertura di una discussione sul punto – le frecciatine di Creazzo e Papalia non possono considerarsi tale – abbiamo appreso dal sindaco che gli è stata proposta una collaborazione dal primo cittadino di un comune con 700.000 abitanti – a conferma dell’ormai notissimo “qua c’è scienza”, pronunciato in un precedente consiglio – e che il nostro ragioniere comunale non ha eguali in tutta la Calabria. Per carità, è giusto lodare chi lavora bene; sull’auto-elogio, invece, continuiamo a pensarla come il saggio (“chi si loda s’imbroda”): è decisamente poco elegante.
Non è un po’ inconsueto che in un consiglio si parli più della bravura di un dipendente comunale che delle dimissioni del vicesindaco? Il cattivissimo commissario d’esami interpretato da Alberto Sordi nel film Totò e i re di Roma, al cospetto della deludente performance del nostro consiglio comunale, non avrebbe avuto alcuna indulgenza e avrebbe cominciato a strillare: “Senz’altro bocciato! Senz’altro bocciato!”

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