La lezione del voto

Il dato più significativo delle elezioni comunali a Sant’Eufemia è la sconfitta di una prassi politica che con la politica, a dire il vero, ha poco da spartire. Colpa della scomparsa di quei partiti che facevano formazione dentro le sezioni, certo, ma è storia risaputa da quasi due decenni e vale per tutta la Penisola. Si è ritornati ai comitati elettorali ottocenteschi, con i “grandi elettori” di questo o quel candidato che si ritrovano alla vigilia della convocazione dei comizi per la pianificazione della campagna elettorale. Spinti da motivazioni più o meno nobili, sostenitori e componenti di una lista hanno discrete probabilità di proseguire nella collaborazione in caso di affermazione, mentre la sconfitta, solitamente, determina un rompete le righe generale. Esito prevedibile quando l’unico collante di aggregazioni estemporanee è la possibilità di una vittoria che determinerà la gestione di un minimo di potere o il saldo di qualche cambiale sottoscritta prima del voto.

L’assenza di politica è il primo male della politica. Detta così, è un’affermazione che sta tra Lapalisse e Catalano, ma tant’è. Non è nostalgia per le Frattocchie o per le palestre politiche dei partiti della Prima Repubblica, ma la disaffezione crescente ha una ragione non irrilevante proprio nella strumentalità dell’approccio elettorale. Se il solco tra politica e società civile si accentua progressivamente, è logico e per nulla sorprendente il rigetto nei confronti del politico di professione e di coloro che si presentano come alieni ad un elettorato già di suo irritato. Il retro della medaglia raffigura invece una politica ridotta a favore, clientela, capacità di aggregare nuclei familiari dall’ampio serbatoio elettorale indipendentemente dal merito della proposta programmatica. È questo il circolo vizioso che andrebbe spezzato. Impresa più che ardua, in realtà caratterizzate da un drammatico bisogno di occupazione, che può su ogni altro tipo di considerazione, anche sull’umiliazione subita da chi non ha altra possibilità della speranza che, “chissà, magari stavolta manterrà”.

Le elezioni amministrative eufemiesi forniscono un ulteriore elemento di analisi sul quale, chiunque si occupi di politica, dovrebbe seriamente riflettere. È stata la reazione nei confronti di un modus operandi indisponente. L’atteggiamento di chi si considera il padrone assoluto della volontà popolare e non il curatore di un bene che va gestito con umiltà e restituito al legittimo proprietario. Le votazioni danno e tolgono. L’esercizio del diritto di voto è l’espressione più alta della democrazia, non una stanca liturgia: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, recita non a caso il primo articolo della nostra Costituzione.

Ha vinto Mimmo Creazzo, ma i due grandi sconfitti sono i protagonisti dell’ultimo ventennio politico cittadino, l’assessore regionale pidiellino Luigi Fedele e il sindaco uscente Enzo Saccà. Il primo sconfitto nelle urne, dopo avere riproposto la candidatura a sindaco del fratello Giovanni, già battuto una prima volta nel 2007 proprio da Saccà. Il secondo addirittura incapace di mettere insieme una propria lista, nonostante un flebile tentativo sfumato nel giro di due settimane. Vicende simili, sottostanti entrambe all’idea presuntuosa del “dopo di me il diluvio”. È invece evidente che non esiste uno “scettro” (abbiamo dovuto ascoltare anche questo, rabbrividendo) da tramandare a mo’ di stecca militare. Né è possibile calpestare i principi elementari del confronto democratico e della dialettica politica, nell’antistorico tentativo di riproporre inaccettabili logiche da investitura medievale. Una lezione sulla quale tutti dovrebbero meditare.

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Da “mastru” Nino Spanto

C’è stata un’epoca in cui gli adolescenti non “andavano” a danza, a musica, a scuola calcio, a pallavolo, a inglese e a chi più ne ha più ne metta. Tutte quelle attività che assorbono quasi interamente le ore pomeridiane dei ragazzi, fino a non molto tempo fa, erano pressoché sconosciute. Tutt’al più, giocavano a calcio, ma nelle strade e nelle piazze. Pagare per giocare è un costume in voga soltanto da un decennio a questa parte. Un tempo, si andava dal “mastru”, che era “un artigiano esperto e abile” (Giuseppe Pentimalli, Vocabolario ragionato del dialetto femijotu). Falegname, sarto, calzolaio, barbiere, panettiere, imbianchino, impagliatore di sedie (“seggiaru”), fabbro, fabbricante di basti (“vardaru”), cestaio, stagnino, tornitore erano le professioni che contavano più “discipuli” (apprendisti). Le botteghe degli artigiani erano una seconda scuola e anche chi, alla fine, non imparava l’arte, ne usciva in qualche modo “formato”. La maggior parte dei ragazzi “girava” due, tre, anche quattro mestieri, fino all’età del servizio militare. Famiglia, scuola, luogo di lavoro e infine la caserma, di fatto, hanno contribuito all’educazione di intere generazioni.

La bottega del “mastro scarparo” Nino Spanto si trovava in via Carusa, l’ex “calata” del cinema, in un tempo in cui (1957) il cinema ancora non esisteva. Era però in costruzione e da lì a poco sarebbe stato aperto al pubblico, gestito dai fratelli Domenico e Vincenzo (“u vichingu”) Luppino, rientrati in paese dall’Eritrea alla fine della seconda guerra mondiale. Dal calzolaio, i ragazzini imparavano a fare una scarpa dal nulla. Appena presa confidenza con trincetti e lesine, tagliavano il cuoio, cucivano la tomaia e i “petti” (le suole) con lo spago incerato e alla fine estraevano dalle forme inchiodate il prodotto finito. Il primo impatto con il lavoro consisteva in mansioni semplici: i più piccoli dovevano infatti raccogliere con una calamita “simiggi” e “zippe”, i chiodini che restavano per terra a fine giornata e che dovevano poi raddrizzare in modo da renderli riutilizzabili. Non era previsto alcun compenso. Erano anzi i ragazzi a omaggiare il “mastro” (feste comandate, onomastico e compleanno), il quale si sostituiva all’autorità paterna, grazie alla delega conferitagli (“se faci u malu, minati”) ed esercitata con schiaffi e nerbate generosamente distribuiti.

A partire da sinistra, in alto: Cosimo Surace (“u Patru”), ’Ntoni Saccà (“u Casettotu”), “mastro” Nino Spanto, Vincenzo Gabrotti, Nino Villari (“u Zoppareddu”, “Ngaiò”). In basso: Rocco Polimeni, Gaetano Comandè (“u Gattu”), Diego Forgione (“Mario”, “u Tornaru”), Franco Tripodi, Carmelo Pentimalli.

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Tipi da bar

In un piccolo centro, il bar è un microcosmo rassicurante perché frequentato sempre dalla stessa gente, tranne i casi in cui un quattro di bastoni calato al momento sbagliato, una donna di quadri scartata con troppa leggerezza o una “bevuta” colossale a biliardo non provocano fratture insanabili che poi ognuno si porta fin dentro la tomba. In quel caso, uno dei contendenti difficilmente vi metterà più piede, o se lo farà, niente sarà più come prima.
Anche chi manca per molti anni dal paese, una volta ritornato non avrà grosse difficoltà a risintonizzarsi coi ritmi lenti dei frequentatori di un bar. Un mondo pressoché immutabile. Difatti, alla domanda “che si dice?”, la risposta è inevitabile: “la solita” (o “la solita vita”, quando l’interlocutore è particolarmente loquace). Passano gli anni e si succedono i clienti (fisiologia), ma i “tipi” di avventori rimangono – più o meno – gli stessi.

L’ALLENATORE. Ogni bar che si rispetti ha un buon 90% di clienti in grado di far giocare divinamente qualsiasi squadra di calcio, di operare la sostituzione giusta al momento opportuno, di vincere a mani basse tutte le competizioni, nazionali e internazionali. A queste latitudini, il triplete sarebbe all’ordine del giorno; il campionato del mondo di calcio, poco più di una gita di piacere.

IL CUBISTA. Spara, spara, spara. Ma non è un violento. Le sue pistole – come ne Il signor Hood – sono “caricate a salve”, anzi a balle. Il cacciatore non torna a casa con meno di 20-30 tordi o due cinghiali grandi quanto un elefante. Il cercatore di funghi spiana la montagna, palmo per palmo, e riempie il cofano dell’auto di porcini. Il pilota di Formula Uno va a Reggio in quindici minuti, anche ora che l’autostrada è un interminabile doppio senso di marcia. Dalle sue dichiarazioni, occorre estrarre la radice cubica.

IL REDUCE. Generalmente è pensionato, o comunque ha un’età che prima della stretta montiana dava diritto a un meritato e retribuito riposo. Ora riposa soltanto, gratis. Inizia tutti i suoi discorsi con “ai miei tempi” e ti fa capire di avere vissuto e di conoscere il mondo meglio di chiunque altro. Mica è come te, che non hai mai fatto alcunché di memorabile. Le sue gesta meritano di essere tramandate ai posteri, affinché si sappia che il paese può vantare tra i concittadini un supereroe.

LA FAINA. Quando porta appresso il borsello, bisogna aprire gli occhi. Probabile che, in un paio di minuti, scompaia il giornale. L’informazione è importante, specie quella locale, l’unica che realmente interessi. Una particolare convenzione con l’edicolante preserva infatti dal rischio di ritrovarsi senza quotidiano nei giorni di retate importanti o fatti di cronaca nera in zona. C’è anche quello che, se ti distrai un attimo, sfila dall’espositore sul bancone un pacco di caramelle o di gomme da masticare. Ed è convinto che ti abbia fregato, solo perché tu lo lasci perdere.

IL POLITICO. Da quando sono in auge i tecnici, è stato soppiantato da un’altra figura: l’economista. In ogni caso, ha la ricetta pronta per ogni tipo di problema. Dal comune al Parlamento europeo, siamo rappresentati da una manica di incompetenti e di ladri, feccia da mettere al muro. Al loro posto farebbe però lo stesso, perché tanto “se non rubi tu, ruba un altro”. Una logica impeccabile, che giustifica il livello infimo del suo senso etico (“lo fanno tutti”; “tutti colpevoli, nessun colpevole”).

IL SOPRAMMOBILE. Non consuma, non partecipa a nessun gioco, non fa niente. Al massimo, guarda la televisione, senza neanche capirci molto. Però è sempre presente. In un mondo senza più punti di riferimento, costituisce una rara certezza. Lo alzi, togli la polvere e lo risistemi al suo posto. Ormai fa parte dell’arredamento, come il frigorifero dei gelati o l’espositore delle patatine.

LO SCROCCONE. Passa e ripassa tremila volte davanti al bar, aspettando l’attimo in cui individua la potenziale vittima. In realtà, con quello che costa la benzina, gli converrebbe fare da sé, e magari offrire lui. Il piano B è invece più temerario e spinge il nostro fino ai tavoli di gioco per salutare, nella speranza che qualcuno gli chieda “prendi qualcosa?”. Fatica sprecata, con gente ormai scafatissima.

IL LATIN LOVER. Quando ancora esisteva il telefono a gettoni, passava ore e ore a bisbigliare parole incomprensibili, coprendosi la bocca con la mano (molto prima di Fabio Capello e Antonio Cassano), sempre sul punto di strangolarsi col filo della cornetta. Oggi è diverso. Quando gli parte la suoneria di “ai se eu ti pegu”, cerca la complicità del tuo sguardo per comunicarti la fatica di essere Casanova.

IL TUTTOLOGO. È l’evoluzione del “politico”. Altrimenti noto come “la Treccani”, è in grado di guidare le conversazioni più disparate, dalla fotosintesi clorofilliana ai fiumi dell’Asia. Ha però fortemente accusato il colpo dell’avvento di internet. Con la possibilità di verificare in tempo reale ogni sua “pillola di saggezza”, l’autorevolezza è andata a farsi benedire, soppiantata da irriverenti sghignazzate.

IL MESSICANO [amarcord]. Amante della siesta pomeridiana, l’abbiocco post-prandiale sempre in agguato. Una specie ormai in via di estinzione, che ha goduto del massimo splendore negli anni Ottanta. Ne contammo fino a nove, in un caldo pomeriggio di quasi estate, ronfanti sulle sedie, a bocca aperta.

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Un impegno concreto: meno traffico per tutti

Sì, ho deciso. Per le elezioni comunali del 6-7 maggio ormai non sono più in tempo, pare che le liste siano già al completo. Ma per le prossime “prossime”, tra cinque anni, voglio essere pronto. Subito dopo lo spoglio delle schede, a urne ancora calde, mi metterò all’opera. Posso già preannunciare quale sarà l’unico punto del mio programma amministrativo: eliminare gli ingorghi davanti alle scuole.
Non se ne può più. Ieri ho visto un nonno attendere la nipote con la macchina in mezzo alla strada, all’uscita delle scuole medie. Quando era “soltanto” genitore non si è mai sognato di fare una cosa del genere. Lo so perché la figlia era mia compagna di classe e, come tutti noi, andava e veniva da scuola a piedi. Tranquillamente. Insomma, non eravamo dei fenomeni, ma attraversare la strada, guardare prima a destra e poi a sinistra (o viceversa), non era una roba difficilissima da assimilare. Difatti, lo facevamo già in prima elementare. Quasi nessuno veniva accompagnato dai genitori, salvo i casi di natura disciplinare. E ce l’abbiamo fatta, incredibile. Ora no. Ma credo sia più una questione di status. Se non accompagni i tuoi figli, dimostri poca attenzione nei loro confronti. Negli orari di entrata e uscita, le strade davanti alla scuola elementare, alla scuola media e perfino al liceo (dove ci sono alunni che con la testa sfondano il tetto della macchina), sono intransitabili. Perché, oltretutto, è una corsa a chi si posiziona più vicino. Prima, seconda o terza fila non importa. Aspetto con ansia il giorno in cui qualche “suv-dotato” si arrampicherà sulle scale dell’ingresso per parcheggiare accanto al banco del figlio.
Tempo fa ho assistito ad una scena incredibile. Una mamma in doppia fila da venti minuti, due code di macchine interminabili nelle due direzioni di marcia, una strafottenza epica. Piccolo particolare: il portone dell’abitazione di questa graziosa signora dista trenta metri (ma forse sto esagerando) dal posto in cui sostava. Mi ero detto: “forse non devono andare a casa”. Anche se, nel caso in cui la figlia non fosse davvero in grado di percorrere da sola trenta metri di strada, avrebbe potuto benissimo lasciare l’auto davanti casa e attendere a piedi l’arrivo della ragazzina. E invece no. Ha aspettato lì, con le quattro frecce accese, a essere sinceri. Per poi ripartire, piano piano, tra le bestemmie degli automobilisti incolonnati, mettere la freccia (ineccepibile) e accostare pochi metri più avanti.
O le fai un applauso o le sfondi il parabrezza. Non ci sono alternative. Michael Douglas, in Un giorno di ordinaria follia, deve avere avuto a che fare con qualcosa del genere. Federico Fellini ha invece risolto la questione ricorrendo al genio, facendo cioè volare Marcello Mastroianni sul traffico di Roma, nel film 8 ½. Ma era Fellini.
Confermo, mi candido e appena eletto ordino il divieto di circolazione per un raggio di cento metri nei pressi degli edifici scolastici. Roberto Benigni docet (Johnny Stecchino): la “terza e più grave” delle piaghe che rovinano la Sicilia (e il Sud, più in generale) è il traffico. Risolto quello, anche tutto il resto dovrebbe andare meglio.

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Eufemiesi Bikers

La divisa somiglia a quella del campione d’Italia e la indosseranno undici nuovi campioni (con la speranza che presto diventino di più), lungo le strade della provincia. I più audaci anche oltre. È facile prevedere due fasce, una selezione già evidente nella passata stagione, quella del rodaggio per i nuovi e per coloro che non salivano su una bicicletta da corsa da tempo immemorabile, dagli anni della rivalità tra Saronni e Moser, tanto per intenderci. Campioni e gregari, come in tutte le squadre che si rispettino. I primi, serissimi negli allenamenti e attenti nell’alimentazione, macineranno chilometri su chilometri, cercando sempre di spostare in avanti l’asticella dei propri limiti. I secondi si accontenteranno di ammirare il panorama da Sant’Elia, o di attraversare i paesini toccati dalla vecchia Littorina, o di sfiorare il mare di Scilla per poi inerpicarsi sui tornanti che riportano a casa. Soprattutto, non avvertiranno alcun senso di colpa se le loro prestazioni a tavola saranno migliori di quelle sui pedali.
Affiliati alla federazione ciclistica italiana, gli “Eufemiesi Bikers” si sono dati uno statuto e un organigramma approvati all’unanimità. Presidente non poteva che essere Mimmo Fedele, volto storico del ciclismo eufemiese, già compagno di squadra di Girardengo. Vicepresidente Sarino Surace, lo “stilista” della squadra e uno dei due oriundi, insieme ad Antonio Forgione. Completano il direttivo il tesoriere Rocco Luppino, il segretario Enzo Fedele e il presidente onorario Lorenzo Genovese, la locomotiva umana. Senza nulla togliere al resto della squadra, Antonio, Rocco e Mimmo sono di un altro pianeta. Noi facciamo da contorno. Io per primo, tra l’altro preso “a prestito” dal pallone, che rimane sempre il mio unico vero amore. Il peso c’è, decisamente: come se pedalassi con lo zaino “tattico” sulle spalle. Non proprio il massimo. Gli altri “gregari” sono Cosimo Pinneri, che passa indifferentemente dal fuoristrada alla moto, allo sci, alla bici e a chissà quanti altri hobbies; Ninì Creazzo, che potrebbe avere un futuro (ma non ce l’avrà); Maurizio Luppino, che vorrebbe avere un futuro (ma non ce l’avrà); Domenico Colella, al quale di avere un futuro sulla bicicletta non frega niente.

[La primavera si avvicina, è ora di mettere a punto la bicicletta. La strada ci attende]

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Come cambierà il prossimo consiglio comunale

Le prossime elezioni amministrative vedranno abbattersi sugli enti locali la scure del taglio delle poltrone imposto dalla manovra di Ferragosto (DL 13 agosto 2011, n. 138), che si somma alla sforbiciata già impressa dalla legge n. 42 del 26 marzo 2010. In virtù di questi due provvedimenti, nello spazio di una legislatura il consiglio comunale di Sant’Eufemia passerà da sedici a sette membri (più il sindaco). La legge 42/2010 aveva infatti ridotto a dodici il numero dei consiglieri per i comuni con popolazione compresa tra 3.001 e 10.000 abitanti e da sei a quattro (più il sindaco) quello dei componenti della giunta. Il DL 138/2011 prevede una diversa suddivisione delle classi di comuni, introducendo quelli con popolazione compresa tra 3.001 e 5.000 abitanti, per i quali sono previsti, appunto, un consiglio comunale composto da sette membri e una giunta di 3 assessori (più il sindaco).
Personalmente, non apprezzo questi provvedimenti. Il sale della democrazia è la partecipazione: ridurre il consiglio comunale a una riunione condominiale non porterà benefici alle comunità locali. Farà anzi aumentare il distacco e la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Le istanze della popolazione hanno bisogno di rappresentanti istituzionali che possano sostenerle. E sette mi sembrano pochi in un paese di quasi 5.000 abitanti: uno ogni 700 circa. Durante la Prima Repubblica, il rapporto era molto più equo: uno ogni 250 (venti consiglieri comunali, compreso il sindaco). Bisognava risparmiare? D’accordo. Ma senza comprimere la democrazia. Poiché 100-150 euro annui non cambiano la posizione economica di nessuno, si poteva benissimo abolire il gettone di presenza e mantenere inalterato il numero dei consiglieri. O riportarlo di nuovo a venti.
La circolare del ministero dell’interno n. 2379 del 16 febbraio 2012 ha chiarito definitivamente i contenuti della manovra di Ferragosto. Le prossime elezioni, oltre al sindaco, eleggeranno cinque consiglieri di maggioranza, quelli che otterranno più preferenze all’interno della lista vincente. Per l’attribuzione dei due seggi di minoranza, potrebbero invece verificarsi diversi scenari. Se gareggeranno soltanto due liste, quella perdente manderà in consiglio il candidato a sindaco e il candidato a consigliere più votato. Se le liste saranno più di due, si procederà con il metodo D’Hondt, dividendo successivamente per 1 e per 2 (essendo due i seggi da assegnare) la cifra elettorale di ogni lista al fine di ottenere una graduatoria decrescente, all’interno della quale verranno scelti i quozienti più alti. In termini pratici, dovrebbero risultare eletti i candidati a sindaco delle liste classificate seconda e terza. A meno che la seconda non raccolga più del doppio dei voti della terza, nel qual caso si aggiudicherà anche l’altro seggio. Si può esprimere una sola preferenza e, trattandosi di elezione diretta del sindaco, il voto dato ad un candidato a consigliere va automaticamente al candidato a sindaco della stessa lista. In altre parole, non è concesso il voto disgiunto.

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Per chi non voterò

Qualche settimana fa mi è stato chiesto: “come mai ancora non hai scritto niente sulle prossime elezioni comunali?”. Il 6 e il 7 maggio saremo infatti chiamati a rinnovare il consiglio comunale e dalle facce dei soliti noti si è capito che siamo già nel pieno delle consultazioni, degli abboccamenti, delle annusate per capire se si può o non si può fare. Cosa? Una lista, ovviamente. Perché, notoriamente, c’è sempre una pletora di auto-candidati a sindaco, ma non tutti hanno fiato e gambe per arrivare fino alla fine del percorso accidentato che porta all’assemblaggio di uno schieramento competitivo. I veti incrociati sono una brutta bestia. E anche la mancanza di senso della misura. Le elezioni passate l’hanno dimostrato a sufficienza: sette-otto aspiranti alla poltrona di primo cittadino, ma alla fine le liste sono state soltanto due. Quest’anno, chissà, potremmo ritrovarci con più alternative. Accanto al capolista, ci sono poi i candidati alla carica di consigliere. Come al supermercato, puoi trovarci di tutto. Perfino candidati “veri”, convinti e consapevoli di quello che fanno. Ma è necessaria un’accurata selezione.
In sintonia con il Poeta (“Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”), ho difficoltà ad esprimere delle preferenze. Pertanto, mi limito a segnalare l’ideale di candidato che NON voterò, sulla scorta di un personalissimo decalogo (integrabile ad libitum), spero utile per districarsi nel caos che i prossimi mesi ci riserveranno.
Non voterò per:

1) Un/a parente, per il solo motivo che è un/a parente, se non ha un minimo di capacità.
2) Un/a candidato/a che da un po’ di tempo mi saluta, mentre prima faceva finta di non vedermi.
3) Un/a candidato/a dal/la quale non comprerei mai un’auto usata.
4) Un/a candidato/a che non si è mai speso per il paese. Se fino ad ora non l’ha fatto da privato/a cittadino/a, è improbabile che cominci a farlo una volta ascesi i gradini del Palazzo municipale.
5) Un/a candidato/a che non è in grado di dire cosa ha intenzione di fare una volta eletto/a e con quali strumenti.
6) Un/a candidato/a che offre posti di lavoro a due mesi dalle elezioni.
7) Un/a candidato/a che non sia capace di operare in sinergia con le associazioni presenti sul territorio.
8) Un/a candidato/a che ripropone il cavallo di battaglia delle ultime due campagne elettorali: la sistemazione del ponte Pendano. Basta. Se ci riuscite, aggiustatelo in silenzio e comunicatecelo soltanto quando sarà transitabile.
9) Un/a candidato/a che prima di adesso non è mai entrato/a nella mia attività commerciale e comincia a passarci con una frequenza sospetta.
10) Un/a candidato/a che mi cerca il voto ogni volta che mi incontra.

E ricordate: “si può ingannare tutti una volta, qualcuno qualche volta, mai tutti per sempre” (John Fitzgerald Kennedy).

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Alzheimer Cafè

Chi ha o ha avuto casi di demenza senile in famiglia sa quanto male faccia non essere riconosciuto da un proprio congiunto, conosce l’esasperazione e il senso di impotenza suscitati dai sintomi della malattia. In Italia, gli anziani colpiti dal morbo di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile, sono 800.000 e nell’80% dei casi sono le famiglie a sobbarcarsi il fardello – che non è soltanto economico – della loro assistenza.
Si comincia con il dimenticare le cose e con l’accusare difficoltà a compiere azioni quotidiane; si finisce con il perdere completamente la memoria e ogni tipo di funzione cognitiva. Le stesse domande ripetute in continuazione, la perdita della percezione del pericolo, la mancanza di orientamento spazio-temporale, la difficoltà a svolgere le attività più elementari: mangiare, badare alla propria igiene personale. Una tragedia familiare, che cessa soltanto con la morte del malato e che proprio per questo alimenta sensi di colpa.
Nel 1997 un medico olandese ideò un approccio alternativo alla malattia. La demenza senile è infatti una patologia irreversibile, progressiva e incurabile. Per cui non esistono farmaci in grado di bloccare il suo incedere inesorabile. Si può però fare molto per migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari. La denominazione del progetto sperimentato per la prima volta a Leida (Olanda) è “Alzheimer Cafè”: “uno spazio informale dove vengono forniti insieme momenti di incontro, svago, formazione” che rappresentano “un approccio alternativo per affrontare, attraverso interventi riabilitativi, le problematiche psicologiche e comportamentali che caratterizzano questi pazienti, in un’atmosfera serena, armonica, davanti a una tazza di caffè o di the”.
A Sant’Eufemia d’Aspromonte, un primo incontro “a porte chiuse” si era tenuto il 21 settembre 2011 presso la Residenza sanitaria assistenziale “Monsignor Messina” (diretta dall’avvocato Rossana Panarello), in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer. Per il secondo appuntamento (13 febbraio), la Rsa è stata invece aperta al pubblico, che ha assistito con attenzione alla proiezione di un filmato di animazione e di un cortometraggio sulla malattia, sui comportamenti da tenere e su quelli da evitare. Pazientare, assecondare e distrarre possono considerarsi tre verbi chiave. La geriatra Maria Grazia Richichi, che guida l’equipe composta da tre educatrici professionali, una psicologa, un’assistente sociale e una fisioterapista, ha posto infine l’accento sull’importanza delle terapie non farmacologiche (terapia del sorriso, pet therapy, laboratorio manuale) per migliorare la qualità della vita dei pazienti, ricercando un minimo di socializzazione e affermando il valore universale della dignità umana.

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Gli anni Ottanta di mio fratello Mario. E anche i miei

A scrivere sugli anni Ottanta, non ci si stancherebbe mai. Sarà che eravamo dei ragazzini spensierati, sarà che il passato ci strappa quasi sempre un sorriso, sarà che l’ingenuità e l’innocenza di quel tempo non le ritroveremo più. Molti di voi conoscono mio fratello Mario, da 14 anni “esule” (secondo la sua autoironica definizione) a Londra. È più piccolo di me di nemmeno due anni, per cui abbiamo avuto un’adolescenza identica. Ha scritto un pezzo sugli anni Ottanta, che sono felice di riproporre sul mio blog. Chi in quegli anni c’era sorriderà, chi non c’era forse avrebbe voluto esserci. Alcune chicche, tipo quella finale del mangianastri sulle Vespe, le avevo scordate.

Associo gli anni Ottanta alla parola “semplicità”. Nel 1980 avevo 5 anni e grazie al telefilm Spazio 1999, vivevo nella certezza che il mondo sarebbe finito nel 2000. Nel mio cervello da bambino, però, il 1999 era lontano anni luce, perciò non c’era niente di cui preoccuparsi. Non c’erano complicazioni allora. Il mio unico problema esistenziale riguardava la “signora” dell’asilo, la quale aveva notato che ero mancino ed aveva deciso di correggere quel mio difetto, obbligandomi a tenere la mano sinistra dietro la schiena. Sfortunatamente per lei, anche a quell’età facevo di testa mia. A casa scrivevo con la sinistra, pagine e pagine di vocali e lettere dell’alfabeto. All’asilo, tenevo la matita con la destra, ed appena la megera voltava occhio, scattavo dai box con la sinistra. Ero velocissimo. Fui scoperto una mattina d’inverno, ma troppo tardi. Il danno era fatto, non avrei mai scritto con la destra, se non altro per questioni di principio.
La scuola elementare si rivelò una pacchia immane. Il mio professore credeva nell’attività fisica. Ricordo con piacere gli sguardi di invidia degli altri bambini sempre chiusi in classe o nella migliore delle ipotesi in terrazzo mentre noi si giocava per ore in cortile. Le bambine erano delle funambole nel gioco dell’elastico. Noi bambini eravamo impegnati in interminabili partite di pallone, interrotte solo al suono della campanella. Se pioveva, si andava in palestra. Per motivi tuttora a me alieni, io ero il primo della classe, uno status che mi permetteva di esprimere un’opinione su tutto.
Erano gli anni di Dallas, che mia madre guardava religiosamente il lunedì sera. Le attrici avevano delle acconciature impossibili. Quando un giorno il professore mi chiese di dare la definizione di volume, io risposi che un esempio eclatante erano i capelli di Sue Ellen, la moglie ubriaca di JR. Anche da bambino mi dilettavo in associazioni di idee improbabili ma che il mio professore incoraggiava. Quando le disse che ero un creativo, mia madre non dimostrò però nessun entusiasmo. In TV guardavo tutti i cartoni animati, ma poiché Candy Candy, Anna dai Capelli Rossi, Remi e Heidi erano roba da bambini rammolliti, io mi concentravo su Gig Robot d’acciaio, Goldrake e Mazinga Zeta: probabilmente le tette esplosive di Afrodite A, la fidanzata di Mazinga, al giorno d’oggi sarebbero state censurate durante la fascia protetta. Il sabato c’era Fantastico con Pippo Baudo ed Heather Parisi, che non solo era americana, ma era entrata nell’immaginario collettivo perché un gran bel pezzo di figliuola.
In un batter d’occhio mi ritrovai nell’86, in scuola media, corso C, quello d’Inglese. Guardavamo con sufficienza gli sfigati del corso A e B, che studiavano Francese e quindi venivano ritenuti inferiori. Inspiegabilmente, ero ancora primo della classe, ma in realtà ero ignorante come una capra. L’87 è stato l’anno dei miei primi turbamenti pre-adolescenziali. All’improvviso, il mensile taglio di capelli diventò un momento irrinunciabile. Penso che i barbieri di paese fossero responsabili dell’educazione sessuale di intere generazioni di ragazzi. A meno che non si avesse un fratello maggiorenne, era lì che si aveva accesso a materiale VIETATO e fumetti porno. I più popolari erano Sukia, la vampira assetata non solo di sangue, ed Il Camionista, che incidentalmente aveva il mio stesso nome: non vedevo l’ora di farmi crescere i baffi.
Ad 11 anni scoprii la “piazza” (piazza Matteotti) e la mia vita cambiò radicalmente. Si giocava a calcio dalle 16 alle 20, quando mia madre prelevava me e i miei fratelli in Fiat 500. Quelli erano gli anni dei record. Il più eclatante era quello dei giri della piazza in bicicletta senza mani, tuttora detenuto da Calarco. Si fermò a mille per sopraggiunta oscurità. Io detenevo quello del giro della piazza in pattini a rotelle: fermai il cronometro a 17.9 secondi. Talvolta facevamo delle trasferte in pineta, che a suo tempo era un pezzo di bosco, una distesa d’erba ed alberi. Lì, dribblando pure i tronchi, sfidavamo a calcio i bambini “pinetoti”. Il mio albero era però in piazza, sulla sinistra, vicino al muretto, che era un altro punto di incontro dove si svolgevano anche le sfide di briscola. Spendevamo ore arrampicati su quell’albero. Ognuno aveva il suo ramo, sul mio vi avevo inciso il mio nome. Quell’albero lo tagliarono nel 1993: piansi. Quando avevamo fame ci riversavamo sugli orti: eravamo peggio delle locuste e mangiavamo di tutto: ciliegie, prugne, fragole, albicocche, pesche, lattuga, finocchi, fave. Non lavavamo mai niente. Al limite ci soffiavamo sopra. Nessuno è mai stato male, a riprova che l’esposizione allo sporco ed ai batteri tempra il sistema immunitario e che le pubblicità odierne su prodotti che uccidono il 99.9 di batteri dovrebbero essere bandite perché promuovono solo psicosi di massa.
Quelli erano anche gli anni dell’orologio Casio con calcolatrice incorporata, del cubo di Rubik, di jeans avvolti sulle caviglie, di pettinature improbabili e di cinture dalle fibbie pesantissime, armi improprie da dichiarare ai Carabinieri. In paese imperversavano le Vespa 50, rigorosamente truccate. Avrei venduto mia madre per possederne una, con tanto di antenna e mangianastri incastrato nel porta oggetti, così tamarramente geniale che proporrei una raccolta di firme per riproporla. Poi, all’improvviso giunse il 1989, con una tempesta ormonale che mi fece esplodere la faccia. Fu la fine dell’innocenza.
Mi chiamo Mario, ho 37 anni. Negli anni Ottanta ero un bambino. Segretamente, lo sono ancora.

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Cinque anni fa

Quel 27 gennaio, ovunque ci si voltasse, erano soltanto occhi gonfi. Quando in una piccola comunità viene a mancare una giovane vita, stringersi attorno alla famiglia è un gesto istintivo, un riflesso naturale. Un modo per fare e farsi forza, tutti assieme.
La morte di Adelina Luppino è stata un dolore troppo grande, che ognuno hai poi elaborato individualmente (ma anche collettivamente) nel tempo, pur continuando a portarlo dentro di sé, “come una pietra leggera” – direbbe il poeta. In tanti abbiamo seguito, più o meno da vicino, la sua personale via crucis, accompagnandola stazione dopo stazione, e trovando – noi – nelle sue parole, nella sua testimonianza di vita e di fede, il conforto per quel vuoto che immaginavamo avrebbe lasciato.
Come in un flashback: il freddo sferzante, una lama che tagliava visi solcati da lacrime. Una ragazza minuta che tremava, quasi saltellava, nel tentativo inutile di soffocare il pianto. Una folla immensa. Muta. Attonita. Un silenzio che metteva i brividi, interrotto soltanto dai singhiozzi. “Su ali d’aquila”. Il dolore e la dignità di una mamma che forse ancora oggi non riesce ad accettare la crudeltà di un destino che l’ha fatta sopravvivere alla figlia.
Una scia di luce è il titolo del libro che la sorella Antonietta ha curato, raccogliendo lettere, pensieri e poesie di Adelina. Una scia di luce è quel che ci rimane di lei, scintillante. Come nell’estate scorsa, quando grazie al “suo” contributo l’Agape è riuscita a portare a Lourdes un gruppo di disabili.
Per ricordare Adelina, gli amici dell’Agape si sono dati appuntamento alle 12.00 di venerdì 27 per recarsi al cimitero. Nella chiesa di Sant’Eufemia, alle 18.00, sarà celebrata una Santa Messa in suo ricordo, mentre a partire dalle 20.00 ci si ritroverà presso la sede per cenare e trascorrere la serata insieme.

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